Iraq: un drone di Ankara uccide due ufficiali

Pubblicato il 12 agosto 2020 alle 8:33 in Iraq Turchia

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L’esercito iracheno ha riferito, l’11 agosto, che un drone turco ha provocato la morte di due ufficiali di alto livello al confine tra Iraq e Turchia. Baghdad ha nuovamente accusato Ankara di “violazione della sovranità irachena” e ha cancellato la visita del ministro della Difesa turco, prevista per il 13 agosto.

Il drone di Ankara è da inserirsi nel quadro dell’operazione, tuttora in corso, il cui obiettivo è rappresentato dai villaggi dei gruppi curdi nel Nord dell’Iraq. L’attacco dell’11 agosto ha, però, colpito un veicolo appartenente alle guardie di frontiera irachene, posizionate nel Nord di Erbil, nell’area di Bradost, ed ha causato la morte di due comandanti del battaglione delle guardie di frontiera, oltre che dell’autista del veicolo.

Stando alle dichiarazioni del sindaco di Sidakan, una città della provincia di Erbil, Ihsan Chalabi, l’attacco è avvenuto mentre le guardie irachene colpite stavano tenendo un incontro con alcuni membri del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). Secondo fonti locali, si trattava di un meeting straordinario, volto a placare le tensioni nell’area. Ad ogni modo, quello dell’11 agosto è il primo episodio in cui perdono la vita membri del personale iracheno.

Di fronte all’accaduto, la presidenza irachena ha, ancora una volta, accusato la Turchia di violazione della sovranità dell’Iraq. Come affermato dal primo vice presidente parlamentare, Hassan Karim Al-Kaabi, tali attacchi rischiano di minare le relazioni storiche tra Ankara e Baghdad, e il governo iracheno è stato esortato a convocare l’ambasciatore turco in Iraq per consegnargli un nuovo “messaggio di protesta ben formulato” dove viene evidenziato che tali attacchi rappresentano una “flagrante violazione” di tutti i principi della Carta delle Nazioni Unite, delle leggi internazionali e delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza. Quest’ultimo, poi, è stato invitato ad intervenire con urgenza per porre fine alle ripetute violazioni e garantire il rispetto dei principi di buon vicinato.

Nel frattempo, mercoledì 12 agosto, Baghdad ha annunciato la cancellazione della visita del ministro della Difesa turco, Hulusi Akar, e anche il Ministero degli Esteri iracheno ha condannato l’episodio del giorno precedente, ribadendo che la Turchia ha violato le norme internazionali e quelle che regolano le relazioni tra i due Paesi. Non da ultimo, è stato evidenziato che l’Iraq si rifiuta di essere un’arena per “regolare i conti tra parti esterne” o una base da cui attaccare i Paesi confinanti. Parallelamente, il 12 agosto, è stato convocato l’ambasciatore turco in Iraq, Fatih Yildiz, per consegnargli una nota di protesta, la terza in meno di due mesi.

L’operazione di Ankara nel Kurdistan iracheno, intitolata “Claw-Tiger”, ovvero “Artiglio di tigre”, è stata lanciata il 17 giugno con l’obiettivo di colpire i membri del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) e le loro roccaforti nelle aree settentrionali irachene. Secondo quanto riportato dal quotidiano al-Araby al-Jadeed il 25 giugno, Claw Tiger costituisce l’operazione militare turca più lunga dall’inizio del 2020.

Parallelamente, sono numerosi i militanti curdi che si sono ritirati sia da Zahko sia da Haftanin, nel Nord dell’Iraq, mentre circa 150 villaggi sono stati abbandonati, a causa dei continui scontri tra i militanti curdi e le forze turche. Un primo civile iracheno è morto a seguito di un bombardamento turco contro il distretto di Bradost, nel governatorato di Dahuk, il 19 giugno scorso, dove la Turchia occupa più di 10 postazioni militari, istituite sin dal 1995. Successivamente, sono stati almeno altri 5 i civili deceduti, mentre, secondo gli ultimi dati riferiti il 14 luglio dal Ministero della Difesa turco, 62 “terrorsti” sono stati uccisi.

Di fronte a tale scenario, Baghdad ha più volte accusato Ankara di violare la propria sovranità, portandola a convocare due volte l’ambasciatore turco in Iraq, Fatih Yildiz, e a consegnare un memorandum di protesta, con il fine di esortare la Turchia a porre fine a tali operazioni militari unilaterali e a simili violazioni. Il 18 giugno è stato altresì richiesto il ritiro delle forze turche e la cessazione di “atti provocatori”. L’Iraq, dal canto suo, si è detto pronto a collaborare per salvaguardare la sicurezza dei confini, e considera le azioni turche una minaccia alla sicurezza dei civili e delle loro proprietà, visto che queste prendono altresì di mira campi profughi, come quelli di Makhmur e Sinjar. Tuttavia, Yildiz ha risposto affermando che, se Baghdad non agirà contro i ribelli, Ankara continuerà a contrastare il PKK, “ovunque esso si trovi”.

Il Partito dei Lavoratori del Kurdistan è un’organizzazione paramilitare, sostenuta delle masse popolari del Sud-Est della Turchia di etnia curda, ma attiva anche nel Kurdistan iracheno. Per Ankara, l’Unione Europea e per gli Stati Uniti, tale Partito è da considerarsi un’organizzazione terroristica. Gli episodi di insorgenza del PKK in Turchia hanno avuto inizio già nel 1984, con l’obiettivo di rivendicare i diritti della minoranza curda nel Paese. Sin da tale anno, i territori montuosi dell’Iraq settentrionale sono testimoni di tensioni. 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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