Sud Sudan: scontri durante un’operazione di disarmo, almeno 127 morti

Pubblicato il 11 agosto 2020 alle 20:02 in Africa Sud Sudan

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Almeno 127 persone sono state uccise e altre decine sono rimaste ferite in Sud Sudan durante un’operazione per sequestrare armi ai civili. Gli scontri mostrano come la nazione, nonostante la fine della guerra, fatichi a uscire da uno stato di insicurezza generale.

Gli sforzi per disarmare le comunità sud sudanesi sono stati uno dei tentativi delle autorità di affrontare le violenze e arginare gli attacchi in un Paese tormentato da profonde divisioni etniche. Tuttavia, i gruppi umanitari avevano avvertito che l’approccio “dall’alto verso il basso”, promosso da un governo visto con sospetto da molti cittadini, avrebbe probabilmente alimentato gli scontri.

Circa 45 membri delle forze di sicurezza e 82 civili sono stati uccisi in attacchi separati che hanno avuto luogo nella contea di Tonj East, nello stato centro-settentrionale di Warrap, secondo quanto riferito dal generale Lul Ruai Koang, portavoce dell’esercito sud-sudanese. Senza fornire ulteriori dettagli, Koang ha precisato che le violenze sono state provocate da un civile “che si è opposto alle misure disciplinari” adottate contro di lui dalle forze di sicurezza dell’area.

Daltro canto, Geoffrey L. Duke, direttore del South Sudan Action Network on Small Arms, un gruppo di difesa con sede nella capitale, Juba, ha dichiarato che gli scontri sarebbero esplosi tra i soldati e un gruppo di civili dopo larresto di un giovane sud sudanese. Quando il ragazzo stava cercato di scappare, i militari lo avrebbero colpito alla schiena, secondo quanto riferito da Duke. Lincidente avrebbe dunque provocato un attacco contro le postazioni dei soldati, i quali avrebbero cercato di reagire, ma al costo di decine di vittime. Gli scontri sono esplosi, secondo varie testimonianze, tra sabato 8 e domenica 9 agosto.

Durante i combattimenti, un mercato della vicina città di Romich è stato saccheggiato e diversi negozi sono stati dati alle fiamme, mentre molte donne e bambini fuggivano. È quanto ha specificato in una dichiarazione al New York Times lufficio della Missione delle Nazioni Unite in Sud Sudan.

La violenza arriva settimane dopo che il presidente, Salva Kiir, ha annunciato l’inizio di un vasto piano di disarmo. La decisione è stata definita dai gruppi di difesa una mossa affrettata. “Abbiamo avvertito di possibili scontri tra forze di sicurezza e civili, e questo è esattamente quello che è successo”, ha detto Duke in un’intervista telefonica, sottolineando che alcune comunità sono riluttanti nel cedere le loro armi per paura di essere lasciate prive di difese durante gli attacchi dei gruppi armati.

Martedì 11 agosto, il generale Koang ha affermato che la calma è stata ripristinata a Tonj East, con i capi locali che hanno contribuito a stabilizzare la situazione. Due soldati coinvolti negli scontri sono stati arrestati e saranno sottoposti a indagine. Nonostante questa battuta d’arresto temporanea, il disarmo continuerà” ha garantito il generale.

Il Sud Sudan è lo Stato più giovane al mondo, avendo ottenuto l’indipendenza dal Sudan il 9 luglio 2011. È uno dei Paesi maggiormente frammentati dell’Africa centrale e comprende più di 60 gruppi etnici che seguono diverse religioni locali. Nel dicembre 2013, alcuni militari di etnia dinka, fedeli al presidente Salva Kiir, hanno avviato scontri con quelli di etnia nuer, guidati dal vice presidente Riek Machar, e accusati di preparare un colpo di Stato. I disaccordi tra i due leader erano iniziati già durante la guerra per l’indipendenza dal Sudan, in seguito alla rivalità per il controllo del governo e del loro partito, il Movimento per la liberazione del popolo sudanese (SPLM). Tale conflitto ha prodotto quasi 4 milioni di sfollati, che sono stati costretti ad abbandonare le proprie case. Per evitare di essere assassinato, Machar, che aveva riunito introno a sé una parte dell’esercito a lui fedele, era stato costretto a fuggire in Sudafrica.

Kiir e Machar avevano firmato un cessate il fuoco il 5 agosto 2018, concludendo anche un accordo per la condivisione del potere. Tuttavia, il 28 agosto, Machar e i capi di altri gruppi si erano rifiutati di firmare l’ultima parte dell’accordo, asserendo che le dispute sulla divisione del potere e sull’adozione di una nuova Costituzione non erano state gestite in modo efficiente.

I due leader erano poi tornati a negoziare la pace nel settembre 2018 sottoscrivendo, grazie alla pressione di potenze regionali e internazionali, un accordo definitivo. Secondo quanto previsto dal patto, Machar avrebbe ricoperto nuovamente il ruolo di vicepresidente. Alla fine, Kiir e Machar hanno raggiunto un accordo per formare un governo di unità il 22 febbraio 2020, pur continuando a rimanere in conflitto su questioni interne.

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Chiara Gentili

di Redazione

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