Libia: Aguila Saleh incontra l’ambasciatore USA Norland

Pubblicato il 11 agosto 2020 alle 8:48 in Libia USA e Canada

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Il presidente della Camera dei Rappresentanti di Tobruk, Aguila Saleh, il 10 agosto, ha incontrato l’ambasciatore statunitense in Libia, Richard Norland, per discutere della crisi libica e delle modalità per giungere ad un cessate il fuoco.

L’incontro si è svolto nella capitale egiziana Il Cairo, dove Saleh si era recato per discutere con alcuni funzionari della proposta di Washington relativa alla “smilitarizzazione” di Sirte e al-Jufra. Circa il bilaterale con Norland, sono stati pesi in esame gli ultimi sviluppi del panorama libico e della regione Nord-africana e le modalità per giungere ad un cessate il fuoco e sedersi nuovamente al tavolo dei negoziati, sulla base della Dichiarazione del Cairo del 6 giugno scorso e degli esiti della Conferenza di Berlino, svoltasi il 19 gennaio.

Stando a quanto riferito da fonti interne al Parlamento di Tobruk, Saleh e Norland si sono detti concordi nel salvaguardare la tregua attuale presso i fronti di combattimento di Sirte e al-Jufra, e di rendere tali luoghi “smilitarizzati” fino alla ripresa del dialogo “politico” e al ritorno al tavolo dei negoziati. Come riportato dall’agenzia di stampa di Bengasi, l’ambasciatore statunitense ha poi ribadito la posizione di Washington, la quale crede che non vi possa essere una soluzione militare alla crisi libica e che, pertanto, è necessario porre fine ai combattimenti.

In un’intervista esclusiva con il quotidiano al-Arabiya, Aguila Saleh ha poi rivelato di aver proposto all’ambasciatore USA di rendere Sirte la sede della futura autorità libica unificata, fino alle prossime elezioni parlamentari. Un’altra questione discussa nel corso del meeting del 10 agosto è il blocco delle attività petrolifere. A tal proposito, Saleh ha mostrato riserve sulla presenza di milizie armate nei pressi dei giacimenti petroliferi libici, le quali ricevono proventi da tali attività. “Non accettiamo che le entrate petrolifere finiscano nelle mani di milizie armate e mercenari per pagare i loro stipendi” sono state le parole del presidente parlamentare di Tobruk, il quale ha altresì affermato che tali proventi verranno congelati fino all’istituzione di una nuova autorità libica e che non verranno consegnati alla Banca centrale.

Circa il governo di Tripoli, altresì noto come Governo di Accordo Nazionale (GNA), che vede a capo il primo ministro Fayez al-Sarraj, Saleh ha dichiarato che il Parlamento di Tobruk non lo riconosce come governo legittimo e, pertanto, si rifiuta di dialogare con esso. Il GNA è stato poi accusato di non essere stato in grado di attuare nessuno dei punti stabiliti con gli accordi di Skhirat e, per tale ragione, è necessaria una nuova autorità, senza alcun legame con la Turchia. “Rifiutiamo la presenza della Turchia in qualsiasi nuova formula politica all’interno della Libia” ha affermato Saleh, secondo cui Ankara è consapevole di aver perso la guerra e che l’unico motivo che la spinge ad inviare mercenari in Libia è l’influenza sulle attività petrolifere.

È stata proprio Washington, nelle ultime settimane, a proporre una “smilitarizzazione” della città costiera di Sirte e della base di al-Jufra, considerati i fronti dove era attesa una “battaglia imminente” tra le forze del governo di Tripoli e l’Esercito Nazionale Libico (LNA), guidato dal generale Khalifa Haftar. Nelle ultime settimane, tali aree hanno assistito ad una fase di relativa tregua, sebbene entrambe le parti belligeranti abbiano continuato a mobilitarsi. A tal proposito, il 9 agosto, il comandante della sala operativa di Sirte e al-Jufra, Ibrahim Baytelmal, ha riferito che le forze del GNA sono disposte ad accettare un accordo di cessate il fuoco, ma, al contempo, sono pronte per contrastare qualsiasi offensiva.

L’LNA non si è detto disposto ad accettare un patto che preveda il ritiro delle proprie forze a circa 160 km a Est di Sirte, limitando la propria presenza alla regione di Ajdabiya. Inoltre, alle forze di Haftar è stato proposto di controllare la regione petrolifera di Hilal, ma riprendendo a pieno le attività petrolifere e consegnando i proventi alla Banca centrale libica. Si tratta di una clausola a cui Hafar e le tribù libiche affiliate si oppongono, ritenendo che tali guadagni finirebbero nelle mani di terroristi ed estremisti e finanzierebbero armi turche.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data di inizio della rivoluzione e della guerra civile. Da un lato vi è il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, e guidato dal premier Fayez al-Sarraj, il quale rappresenta l’unico esecutivo riconosciuto dall’Onu. I suoi principali sostenitori sono la Turchia, l’Italia e il Qatar. Dall’altro lato vi è il governo di Tobruk del generale Khalifa Haftar, appoggiato da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. Anche la Giordania è considerata tra i principali esportatori di armi per l’LNA.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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