Hong Kong: prorogato di un anno l’esecutivo

Pubblicato il 11 agosto 2020 alle 13:08 in Cina Hong Kong

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Il Comitato centrale dell’Assemblea Nazionale del Popolo (ANP), il più alto organo legislativo della Cina, ha stabilito all’unanimità, l’11 agosto, che il mandato del sesto Consiglio legislativo della regione amministrativa speciale di Hong Kong sarà esteso di almeno anno dalla scadenza del suo mandato, il prossimo 30 settembre. La sesta legislatura dell’isola resterà in carica fin quando non ne sarà determinata una settima che guiderà l’isola per i successivi 4 anni.

 Lo scorso 31 luglio, il governo di Hong Kong aveva comunicato il rinvio di un anno delle elezioni del Consiglio legislativo, previste per il prossimo 6 settembre, a causa dell’aumento dei nuovi casi di coronavirus sull’isola. Molti osservatori stranieri e la stessa opposizione interna all’isola hanno condannato il rinvio delle elezioni, ritenendolo un tentativo di osteggiare l’avanzamento delle forze del fronte pro-democrazia che sembravano aver radunato numerosi consensi.

La decisione del governo centrale dell’11 agosto, però, implica che i quattro membri dell’opposizione che fanno già parte del Consiglio legislativo, ovvero Alvin Yeung Ngok-kiu, Kwok Ka-ki, Dennis Kwok e Kenneth Leung, e la cui candidatura alle elezioni era stata respinta potranno restare in carica. Non è ancora chiaro se i quattro saranno tenuti o meno ad adempiere a specifici obblighi e condizioni per proseguire con il loro incarico, in quanto, la decisione su come implementare la misura adottata dall’organo legislativo di Pechino spetterà al governo di Hong Kong.

In vista delle elezioni poi rimandate, i partiti pro-democrazia avevano deciso di fare fronte comune e presentare un cerchio ristretto di candidati, individuati durante le primarie ufficiose organizzate gli scorsi 11 e 12 luglio, alle quali hanno partecipato oltre 610.000 persone, superando le aspettative degli organizzatori che speravano in almeno 170.000 presenze, ossia il 10% del loro elettorato. Alle elezioni locali dello scorso 24 novembre, il fronte pro-democrazia aveva ottenuto 1,7 milioni di voti dei 2,94 milioni di votanti, garantendosi 278 dei 344 seggi nel consiglio distrettuale.

Prima di rinviare le elezioni, però, il 30 luglio scorso, la Commissione per gli Affari elettorali del governo di Hong Kong e i presidenti di seggio da essa nominati avevano invalidato la candidatura di 12 esponenti del fronte pro-democrazia. In tale occasione, l’esecutivo della governatrice Carrie Lam aveva specificato che l’esclusione dei candidati era avvenuta nel rispetto della Basic Law, la costituzione de facto di Hong Kong, e che non si era trattato di censura politica, restrizione della libertà di parola o dei diritti di candidarsi. 

Negli ultimi quattro anni, le autorità dell’isola hanno impedito a 18 rappresentanti democratici di candidarsi alle elezioni locali e, nel 2016, altri sei esponenti del movimento non hanno potuto presentarsi a quelle per il Consiglio legislativo. Tra i requisiti per ricevere l’approvazione ci sarebbe l’impegno a rispettare, promuovere e sostenere  la Basic Law, all’interno della quale è stata fatta rientrare la legge sulla sicurezza nazionale adottata da Pechino per l’isola, il 30 giugno scorso.

La “Legge della regione amministrativa speciale di Hong Kong della Repubblica Popolare Cinese per la salvaguardia della sicurezza nazionale” è stata inserita nell’Allegato III della Basic Law e, con essa, sono stati proibiti movimenti secessionisti e sovversivi, interferenze straniere e azioni di terrorismo sull’isola, rendendoli atti criminali. Oltre a questo, è stata istituita la Commissione di Salvaguardia della Sicurezza Nazionale, che prevede l’impiego sull’isola di forze dell’ordine rispondenti al governo centrale di Pechino. Per molti, la legge lederebbe l’autonomia e le libertà di Hong Kong, restando volutamente vaga e lasciando ampi margini per la casistica di applicazione.

Hong Kong fa ufficialmente parte della Cina dal primo luglio 1997, quando fu ultimato il passaggio della sua sovranità dal Regno Unito al governo di Pechino, secondo una serie di condizioni stabilite nella Dichiarazione congiunta sino-inglese del 19 dicembre 1984. In base a tale documento, le relazioni di Hong Kong con il governo centrale sono state regolate dal modello “un Paese, due sistemi”, volto a garantire un certo grado di indipendenza all’isola, che negli anni si era sviluppata su un modello economico, politico e sociale inglese e capitalista, molto distante dal modello del socialismo con caratteristiche cinesi. Tale principio e modalità di gestione sarebbe dovuto restare in vigore fino al 2047 ma per molti la legge sulla sicurezza nazionale lo avrebbe eroso.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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