Giordania: le proteste degli insegnanti verso l’escalation

Pubblicato il 11 agosto 2020 alle 14:08 in Giordania Medio Oriente

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Nell’ultima settimana, gli insegnanti giordani hanno intensificato il proprio movimento di protesta, richiedendo non solo un aumento dei salari, ma altresì le dimissioni del primo ministro, Omar al-Razzaz.

L’ampia mobilitazione ha preso avvio dalla decisione del governo di Amman di chiudere le sedi di uno dei maggiori sindacati della categoria, il Jordanian Teachers’ Syndicat (JTS), e dall’arresto, del 25 luglio, di 13 membri di spicco. Le proteste hanno riguardato perlopiù Amman, Irbid, Karak, Jerash, Mafraq e Tafila, dove i gruppi di manifestanti si sono riuniti per chiedere innanzitutto la revoca della decisione dell’esecutivo, oltre ad una aumento degli stipendi, già rivendicato in passato, e migliori termini contrattuali. Parallelamente, il premier al-Razzaz ed il ministro dell’Interno, Salameh Hammad, sono stati invitati a dimettersi, in quanto responsabili principali del crescente malcontento.

La sera del 9 agosto, secondo quanto riferito da al-Jazeera, è stata tra le più tese, e le forze di sicurezza giordane sono state costrette ad intervenire per reprimere proteste e sit-in organizzati nella maggior parte delle province del Regno hashemita. Oltre all’arresto di numerosi insegnanti, si sono verificati violenti scontri tra la polizia giordana ed i manifestanti, con gas lacrimogeni per la prima e pietre e petardi per i secondi, che hanno provocato feriti. Gli insegnanti hanno dichiarato di subire continue pressioni da parte delle autorità del Paese, mentre altri hanno riferito di essere stati convocati dal Ministero dell’Istruzione, dopo essere scesi in piazza per rivendicare le proprie richieste.

Secondo quanto riportato da un avvocato del sindacato, il movimento di protesta sta assistendo ad una escalation, considerato che il numero di insegnanti arrestati ha raggiunto quota 280 e alcuni membri del consiglio sindacale sono in sciopero della fame da circa tre settimane. Da parte sua, il premier al-Razzaz ha affermato che non si lascerà intimidire, e che non ritornerà indietro sulla decisione di sospendere bonus e aumenti, la causa che ha dato vita alle nuove proteste. Parallelamente, la Fratellanza musulmana, sostenitrice dell’Associazione degli insegnanti, è stata esortata a non sfruttare le tensioni in corso per raggiungere i propri obiettivi politici.

La richiesta principale del JTA, composta da circa 120.000 membri, è l’attuazione di un accordo siglato nel 2019, che prevede un aumento dei salari dal 35 al 75%. Tuttavia, nel mese di aprile 2020, a seguito delle conseguenze della pandemia di coronavirus che ha colpito un’economia già di per sé fragile, il governo di Amman ha reso noto che qualsiasi aumento previsto per il settore pubblico è congelato per tutto il 2020.

In tale quadro, i detenuti, esponenti del JTS, sono stati accusati di incitamento contro il governo, corruzione, violazioni di tipo finanziario ed altri crimini. Accuse che gli insegnanti hanno respinto, affermando che si tratta di un tentativo del governo di distogliere l’attenzione dalle richieste avanzate.

Gli arresti del 25 luglio e la chiusura delle sedi del partito erano stati visti da alcuni come un’ulteriore mossa che mostra la repressione del Regno hashemita giordano contro le voci di opposizione. Non da ultimo, l’escalation in corso è stata pressoché ignorata dai media locali, dopo la decisione della Corte penale che vieta pubblicazioni e commenti relativi al sindacato degli insegnanti. Tale decisione è stata descritta dagli attivisti una flagrante violazione “senza precedenti” della libertà di stampa, volta a mettere a tacere le voci di dissenso.

Al momento, il governo si è detto determinato a dare inizio al prossimo anno accademico come da calendario, il primo settembre. Gli sforzi, è stato riferito, sono concentrati sul garantire le condizioni di sicurezza necessarie a prevenire una nuova ondata della pandemia di coronavirus e a migliorare i servizi a distanza. Secondo alcuni analisti, il rischio è che la situazione continui a degenerare e che gli insegnanti diano vita ad uno sciopero generale, non consentendo la ripresa delle attività scolastiche. A tal proposito, nel suo discorso settimanale, al-Razzaz ha affermato che la principale preoccupazione del governo è tutelare il diritto degli studenti all’istruzione, lontano da tensioni e polarizzazioni, e salvaguardare i diritti degli insegnanti, migliorandone lo status.

Uno degli scioperi maggiori della categoria insegnanti in Giordania risale all’8 settembre 2019, ed aveva visto coinvolti circa 87.000 docenti delle scuole pubbliche. Parallelamente, sit-in e proteste vennero organizzati nelle settimane successive. Di fronte a tale scenario, l’esecutivo decise dapprima di concedere agli insegnanti un aumento mensile tra 24 dinari, pari a circa 34 dollari, e 31 dinari, corrispondenti a circa 44 dollari, e successivamente, nel mese di ottobre, riuscì a placare le proteste con un accordo che prevede aumenti tra il 35 ed il 75%. Per il 2020 era stato stabilito un incremento del 50%.

Tuttavia, la Giordania ha spesso assistito a forme di dissenso contro il governo di Amman, visto il continuo peggioramento delle condizioni di vita, la corruzione dilagante e la mancata attuazione delle riforme necessarie a risanare l’economia del Paese. Il blocco causato dalla pandemia ha paralizzato le imprese giordane e ha ridotto le entrate di decine di milioni di dollari, provocando la contrazione economica più acuta degli ultimi venti anni. Il governo prevede che l’economia subirà un calo del 3,5% nel 2020, allontanandosi dalle stime del Fondo Monetario Internazionale (FMI), il quale aveva previsto una crescita del 2% prima dello scoppio dell’emergenza coronavirus. Non da ultimo, il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 19.3% ed il debito pubblico ammonta a più di 40 miliardi di dollari.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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