Libia: riserve dell’Egitto sulla “smilitarizzazione” di Sirte e al-Jufra

Pubblicato il 10 agosto 2020 alle 10:31 in Egitto Libia USA e Canada

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Il presidente del Parlamento di Tobruk, Aguila Saleh, si è recato in Egitto per discutere con alcuni funzionari della proposta di Washington relativa alla “smilitarizzazione” di Sirte e al-Jufra. Il Cairo sembra avere riserve a riguardo.

Sirte, una città costiera posta a circa 370 km a Est di Tripoli, e al-Jufra, una base aerea situata nella Libia centrale, costituiscono i fronti dove è attesa una “battaglia imminente” tra le forze del governo di Tripoli, altresì noto come Governo di Accordo Nazionale (GNA) e l’Esercito Nazionale Libico (LNA), guidato dal generale Khalifa Haftar. Nelle ultime settimane, tali aree hanno assistito ad una fase di relativa tregua, sebbene entrambe le parti belligeranti abbiano continuato a mobilitarsi. A tal proposito, il 9 agosto, il comandante della sala operativa di Sirte e al-Jufra, Ibrahim Baytelmal, ha riferito che le forze del GNA sono disposte ad accettare un accordo di cessate il fuoco, ma, al contempo, sono pronte per contrastare qualsiasi offensiva.

Di fronte a tale scenario, secondo quanto riportato dal quotidiano al-Arab, il 9 agosto Aguila Saleh ha dato avvio ad una visita in Egitto, dove si prevede incontrerà diversi funzionari egiziani per discutere di quella che è stata definita una “proposta statunitense”. Il riferimento va a quanto esortato da un consigliere della Casa Bianca in materia di Sicurezza nazionale, Robert C. O’Brien, il 4 agosto scorso. Nello specifico, O’Brien ha ribadito l’opposizione degli USA verso qualsiasi coinvolgimento militare estero, per ciascuna delle parti belligeranti, mercenari inclusi, ed ha richiesto l’implementazione di una soluzione che includa una “smilitarizzazione” delle regioni di Sirte e al- Jufra.

Dichiarazioni simili sono giunte anche il 7 e l’8 agosto nel corso di conversazioni telefoniche tra l’ambasciatore USA in Libia, Richard Norland, e alcuni rappresentanti del governo di Tripoli, ovvero il primo ministro, Fayez al-Sarraj, ed il ministro dell’Interno, Fathi Bashagha. Le parti hanno discusso degli sforzi volti a raggiungere una “formula finale” che porterebbe ad un cessate il fuoco permanente, ad una maggiore trasparenza delle istituzioni economiche e ad uno sviluppo del processo politico sotto l’egida delle Nazioni Unite. Inoltre, gli USA hanno sottolineato l’importanza di creare un’area “smilitarizzata” nella Libia centrale e della ripresa della attività petrolifere da parte della compagna statale, la National Oil Corporation (NOC), e si sono detti disposti a rimanere attivi per favorire un dialogo pacifico e l’allontanamento delle forze straniere dal Paese Nord-africano.

A detta di al-Arab, però, Il Cairo sembra non essere pienamente d’accordo su una simile “formula” elaborata senza uno “studio adeguato”. Secondo il quotidiano, una soluzione di questo tipo consentirebbe alla Turchia di rafforzare la propria presenza in Libia e di aggirare le mosse del Cairo, la quale, oltre ad aver definito Sirte “una linea rossa da non oltrepassare”, il 20 luglio ha autorizzato le proprie forze a schierarsi al di fuori dei confini nazionali, vista la crescente minaccia proveniente dalla vicina Libia.

Dal canto suo, l’LNA non si è detto disposto ad accettare un patto che preveda il ritiro delle proprie forze a circa 160 km a Est di Sirte, limitando la propria presenza alla regione di Ajdabiya. Inoltre, alle forze di Haftar è stato proposto di controllare la regione petrolifera di Hilal, ma riprendendo a pieno le attività petrolifere e consegnando i proventi alla Banca centrale libica. Si tratta di una clausola a cui Hafar e le tribù libiche affiliate si oppongono, ritenendo che tali guadagni finirebbero nelle mani di terroristi ed estremisti e finanzierebbero armi turche.

Secondo quanto specificato da al-Arab, l’Egitto, in realtà, non ha rifiutato nessuna proposta avanzata per giungere ad una soluzione politica al conflitto, proveniente dagli USA o da qualsiasi altra parte. Tuttavia, Il Cairo richiede una risoluzione che tenga conto degli “equilibri reali” sul campo e che fornisca garanzie volte a preservare la sicurezza dei territori egiziani. Inoltre, Il Cairo sembra non aver accolto la proposta di trasferire le forze di sicurezza tripoline a Sirte e al-Jufra, così come proposto da Washington.

In un clima sempre più complesso, fonti egiziane si sono dette sorprese dell’improvvisa ingerenza degli Stati Uniti e del piano proposto, il quale dimostrerebbe una mancata conoscenza della reale situazione in Libia e, allo stesso tempo, sarebbe il simbolo di una complicità con la Turchia. Per Il Cairo, Washington starebbe provando a “legittimare le milizie” e legalizzare la loro presenza all’interno dell’apparato di sicurezza libico, con riferimento ai mercenari siriani inviati da Ankara, tra cui, secondo alcuni, vi sarebbero altresì terroristi.

Le medesime fonti hanno poi affermato che Washington ha agito come se fosse l’unico attore in Libia, o come se avesse da sola le chiavi della soluzione, ignorando che vi sono molte forze coinvolte in grado di ribaltare la situazione, e che la crisi libica è una crisi così complessa che richiede consultazioni ad ampio raggio, con il coinvolgimento dell’intera comunità internazionale e di una convergenza di opinioni al suo interno.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data di inizio della rivoluzione e della guerra civile. Da un lato vi è il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, e guidato dal premier Fayez al-Sarraj, il quale rappresenta l’unico esecutivo riconosciuto dall’Onu. I suoi principali sostenitori sono la Turchia, l’Italia e il Qatar. Dall’altro lato vi è il governo di Tobruk del generale Khalifa Haftar, appoggiato da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. Anche la Giordania è considerata tra i principali esportatori di armi per l’LNA.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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