La Cina risponde agli USA e sanziona 11 cittadini statunitensi

Pubblicato il 10 agosto 2020 alle 16:27 in Cina USA e Canada

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Pechino ha annunciato che applicherà sanzioni contro 11 cittadini statunitensi, inclusi alcuni senatori, in risposta alla decisione di Washington di sanzionare la governatrice di Hong Kong, Carrie Lam, e altri 10 funzionari, sia dell’isola sia della Cina continentale, accusati di limitare le libertà politiche dei cittadini della regione autonoma. Tra i destinatari della misura cinese ci sono i senatori Ted Cruz, Marco Rubio, Tom Cotton, Josh Hawley e Pat Toomey, il membro della Camera dei rappresentanti, Chris Smith, e alcuni individui di organizzazioni non governative, tra cui l’executive director di Human Rights Watch, Kenneth Roth, e il presidente di Freedom House, Michael Abramovitz. 

“Le azioni degli Stati Uniti hanno gravemente interferito nelle questioni della Cina e hanno violato il diritto internazionale e le norme fondamentali delle relazioni internazionali. La Cina vi si oppone fermamente e le condanna”, ha dichiarato, lunedì 10 agosto, il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian, durante una conferenza stampa. Il funzionario, tuttavia, non ha specificato il contenuto delle sanzioni.

I legislatori statunitensi presi di mira da Pechino hanno criticato con forza la nuova legge sulla sicurezza nazionale, che allarga ulteriormente l’autorità cinese sulla regione amministrativa speciale di Hong Kong. A luglio, inoltre, la Cina aveva già sanzionato Cruz, Rubio, Smith e altri per le critiche rivolte ad alcuni funzionari cinesi riguardo al trattamento della minoranza musulmana degli Uiguri, nella regione dello Xinjiang. I rappresentanti delle ONG Human Rights Watch e Freedom House, invece, erano stati colpiti da sanzioni cinesi a dicembre per le loro posizioni su Hong Kong.

Lultima mossa di Pechino arriva dopo che Washington, venerdì 7 agosto, ha imposto sanzioni alla governatrice Lam, al capo della polizia di Hong Kong, Chris Tang, e al suo predecessore, Stephen Lo, in base a un ordine esecutivo firmato dal presidente Donald Trump. Tra i funzionari del governo di Pechino colpiti dalle ultime sanzioni americane, ci sono il responsabile dell’Ufficio di collegamento di Hong Kong e Macao, Xia Baolong, che in molti ritengono essere una figura vicina al presidente cinese, Xi Jinping, e il direttore dello stesso ufficio, Luo Huining, altresì conosciuto come il più alto funzionario del governo di Pechino presente ad Hong Kong. Nel mirino statunitense sono rientrate anche due figure che rivestiranno ruoli di primo piano nell’ambito della nuova legge sulla sicurezza nazionale, ovvero Zheng Yanxiong ed Eric Chan. Tali sanzioni congelano tutti i beni statunitensi di proprietà delle persone colpite e impediscono ai cittadini USA di fare affari con loro.

Nella stessa giornata del 7 agosto, il segretario di Stato degli USA, Mike Pompeo, ha dichiaro che il Partito comunista cinese (PCC) ha reso chiaro a tutti che Hong Kong non godrà mai più dell’ampia autonomia che Pechino stessa aveva promesso ai suoi abitanti. Per questo, Washington adotterà le dovute misure contro coloro che hanno distrutto le libertà dell’isola e tratterà Hong Kong in base al principio “un Paese, un sistema”. L’affermazione è stata volutamente utilizzata dal segretario di Stato americano in contrapposizione al noto modello “un Paese, due sistemi”, stabilito nella Dichiarazione congiunta sino-inglese del 19 marzo 1984 ed entrato in vigore il primo luglio 1997, al passaggio di sovranità dell’isola dal Regno Unito alla Cina. Il principio serviva a garantire un certo grado di indipendenza al governo di Hong Kong da quello della Cina continentale.

La “Legge della regione amministrativa speciale di Hong Kong della Repubblica Popolare Cinese per la salvaguardia della sicurezza nazionale” è stata fatta rientrare nell’Allegato III della Basic Law ed è entrata in vigore dalla mezzanotte del primo luglio scorso. Con essa sono stati proibiti movimenti secessionisti e sovversivi, interferenze straniere e azioni di terrorismo sull’isola, rendendoli atti criminali. Oltre a questo, è stata istituita la Commissione di Salvaguardia della Sicurezza Nazionale, che prevede l’impiego sull’isola di forze dell’ordine rispondenti al governo centrale di Pechino. Per molti, la legge lederebbe l’autonomia e le libertà di Hong Kong, restando volutamente vaga e lasciando ampi margini per la sua applicazione.

Prima delle nuove misure adottate da Pechino, l’isola era stata teatro di circa un anno di proteste iniziate il 31 marzo 2019, quando gli abitanti scesero in strada per la prima volta per manifestare contro una controversa proposta di legge che prevedeva l’estradizione verso la Cina continentale per i residenti di Hong Kong. Nonostante tale proposta fosse stata ritirata, le proteste, dal giugno successivo, si erano evolute in una generale rivendicazione contro le ingerenze del governo centrale di Pechino nelle questioni interne dell’isola, diventando sempre più violente.  

A seguito del ritiro della proposta di legge, l’esecutivo di Hong Kong aveva respinto le altre richieste dei manifestanti, tra cui figuravano: l’amnistia per i manifestanti detenuti, l’avvio di un’indagine indipendente sui presunti eccessi di violenza della polizia e il rilancio di un processo di riforma politica in senso democratico. Con il passare del tempo, le proteste erano diventate sempre più frequenti e violente, rallentando solamente a causa della diffusione del coronavirus.

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Chiara Gentili

di Redazione

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