Iran: anche il Golfo chiede l’estensione dell’embargo sulle armi

Pubblicato il 10 agosto 2020 alle 12:35 in Iran Medio Oriente

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Il Segretario generale del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), Nayef al-Hajraf, in qualità di portavoce di altri Paesi dell’organizzazione, ha presentato una richiesta al Consiglio di Sicurezza dell’Onu in cui si richiede l’estensione dell’embargo sulle armi per l’Iran.

Si tratta di una richiesta già avanzata dagli Stati Uniti nel corso delle ultime settimane, in vista della scadenza dell’embargo prevista per il 18 ottobre prossimo. L’embargo a cui si fa riferimento è stabilito nella risoluzione 2231, da inserirsi nel quadro dell’accordo sul nucleare iraniano, siglato il 14 luglio 2015, e, secondo quanto sancito dal patto stesso, a partire dal 18 ottobre, la Repubblica Islamica dell’Iran potrebbe avere nuovamente la possibilità di vendere, trasferire o ricevere armi convenzionali da altri Paesi, incluse Russia e Cina. Inoltre, secondo il Pentagono, potrebbe essere consentito all’Iran di acquistare sistemi di armi avanzate, tra cui aerei da combattimento e carri armati.

Secondo quanto specificato, il 9 agosto, da sei Paesi del GCC, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrein, Oman e Qatar, l’Iran continua ad addestrare e a fornire armi ad organizzazioni e movimenti terroristici, violando, in tal modo, la risoluzione 2231 ed intervenendo negli altri Paesi in modo diretto o attraverso tali organizzazioni ad asso affiliate. Pertanto, estendere l’embargo rappresenta un tentativo di preservare la sicurezza e la stabilità della regione e del mondo, e un tale divieto sarà necessario fino a quando Teheran continuerà con le proprie “attività destabilizzanti”.

È del 5 agosto la dichiarazione con cui il Segretario di Stato USA, Mike Pompeo, ha dichiarato che il proprio Paese è pronto a presentare al Consiglio di Sicurezza dell’Onu una risoluzione contro l’Iran riguardante l’embargo sulle armi. In particolare, tale risoluzione è già pronta e verrà presto sottoposta a votazione. A detta del segretario di Stato, si tratta di una proposta “ragionevole” che consentirà a Washington “in un modo o nell’altro” di fare la cosa giusta. Questa dovrà essere appoggiata almeno 30 giorni prima della scadenza, e necessita di almeno 9 voti a favore per spingere la Russia e la Cina ad esercitare il diritto di veto, come accennato in precedenza. Nel caso in cui l’embargo non verrà esteso, Washington ha minacciato di imporre ulteriori sanzioni, ai sensi di un procedimento concordato con il patto del 2015, in cui gli Stati Uniti risultano essere ancora tra i partecipanti, sebbene si siano ritirati unilateralmente l’8 maggio 2018.

Come riferito dal quotidiano al-Arab, gli Stati del Golfo lamentano l’interferenza iraniana sia negli affari interni di ciascuna regione sia a livello regionale, la quale sarebbe fonte di tensione e instabilità. Tuttavia, specifica il quotidiano, i Paesi del GCC non intrattengono tutti lo stesso tipo di relazione con l’Iran. A tal proposito, il Sultanato dell’Oman prova da anni a preservare buoni rapporti, mentre il Kuwait, seppur criticando alcune politiche adottate, continua a comunicare e a collaborare con Teheran su una serie di dossier e questioni. Il Qatar, invece, è accusato di “complicità” con l’Iran, a danno, però, degli interessi del Golfo. In tale quadro, al-Arab evidenzia che per questioni “strategiche” come quella dell’embargo sulle armi, gli Stati Uniti sono soliti sfruttare le relazioni positive strette con la maggior parte dei Paesi del Golfo per cercare alleati con cui creare un fronte comune e la dichiarazione del 9 agosto ne è una palese dimostrazione.

La prima bozza di Washington è giunta il 22 giugno e fa seguito alla lettera di Mosca e Pechino, datata 27 maggio, in cui i due Paesi, aventi diritto di veto, hanno messo in evidenza come gli USA minaccino di imporre sanzioni senza precedenti, sebbene si siano ritirati unilateralmente dall’accordo sul nucleare iraniano. Francia, Germania e Regno Unito hanno, invece, mostrato, il 19 giugno, il proprio sostegno alla proposta statunitense, affermando che la revoca dell’embargo potrebbe avere ripercussioni per la sicurezza e la stabilità della regione mediorientale.

Il cosiddetto Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) è un accordo siglato il 14 luglio 2015 da Iran, Germania ed i 5 membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu, ovvero Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina, con cui si prevedeva la sospensione di tutte le sanzioni nucleari imposte precedentemente contro l’Iran dall’Unione Europea, dall’Onu e dagli USA, in cambio della limitazione delle attività nucleari da parte del Paese mediorientale e ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica presso gli impianti iraniani. Il capo della Casa Bianca, Donald Trump, si è ritirato dall’intesa unilateralmente l’8 maggio 2018, imponendo nuovamente sanzioni contro Teheran, e causando una frattura più profonda nei loro rapporti. Alla luce di ciò, il governo di Teheran ha cominciato a venir meno agli impegni presi.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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