Gli Emirati Arabi Uniti in Libia: alla conquista dell’oro

Pubblicato il 10 agosto 2020 alle 14:44 in Emirati Arabi Uniti Libia

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Nel corso degli ultimi mesi, gli Emirati Arabi Uniti (UAE) sono stati spesso inclusi tra i principali esportatori di armi e mercenari per l’Esercito Nazionale Libico (LNA), guidato dal generale Khalifa Haftar. In realtà, Abu Dhabi sembra essere interessata anche alle miniere d’oro del Sud della Libia.

A riferirlo, il quotidiano al-Araby al-Jadeed, sulla base di fonti private definite “informate”, le quali hanno rivelato di un incontro, tenutosi nella città di Cufra, nel Sud della Libia, la scorsa settimana, e che ha visto impegnati alti funzionari emiratini con il figlio del generale Haftar, Saddam, altresì leader delle milizie “Tariq bin Zayed”, e Abdel-Rahman al-Kilani, comandante della Brigata della Pace, un gruppo particolarmente attivo e influente nell’intera regione meridionale di Cufra. Secondo le fonti di al-Araby al-Jadeed, nel corso del meeting i partecipanti hanno discusso di un accordo volto a trasportare, verso gli Emirati, grandi quantità di oro estratto da Gebel Auenat, una montagna situata nella parte Sud dell’altopiano del Gilf Kebir, nel Sud del deserto libico al confine fra Libia, Egitto e Sudan.

Tali operazioni dovrebbero essere svolte con il permesso e la protezione delle milizie guidate da al-Kilani, le quali saranno altresì incaricate di salvaguardare tutti gli operai impiegati nella missione, compresi i responsabili di Abu Dhabi che supervisioneranno i lavori delle società incaricate di estrarre le quantità di oro concordate. In cambio, stando a quanto rivelato dalle fonti, gli UAE si sono impegnati a fornire alle milizie locali veicoli, soprattutto fuoristrada, e armamenti.

La catena montuosa Auenat, ricca di oro, è situata nell’estremo Sud-Est della Libia e si estende attraverso i territori libico, egiziano e sudanese per un’area pari a circa 1.500 km quadrati. Più del 60% rientra nei confini libici, mentre il restante 40% si trova all’interno dei confini di Egitto e Sudan. Come specifica al-Araby al-Jadeed, la situazione di instabilità degli ultimi anni ha portato ad un incremento delle attività di esplorazione, condotte perlopiù da gruppi armati libici o da “bande” di origine sudanese o ciadiana.

Abu Dhabi ha cominciato a volgere lo sguardo verso la preziosa catena montuosa dopo che un rapporto del World Gold Council ha rivelato che sotto i monti di Auenat e le sue rocce “nere infuocate” si trova la seconda maggiore riserva d’oro del continente africano, e che il metallo potrebbe essere estratto con facilità, senza scavi profondi e soprattutto in un contesto di “totale assenza” dello Stato in quella regione. Si tratta, in generale, di aree di confine disabitate, ma ricche di miniere.

Gli Emirati, spiega al-Araby al-Jadeed, in realtà, hanno già il controllo di alcuni giacimenti situati in Sudan, grazie alla collaborazione instaurata con Mohamed Hamdan Dagalo, capo delle Forze di Supporto Rapido, le quali controllano, a loro volta, diverse miniere nel Darfur e nel resto dei territori sudanesi. Ciò ha consentito ad Hamdan di divenire tra gli uomini più ricchi del Paese, oltre che tra i maggiori attori dell’industria più redditizia del Paese, soprattutto dopo che le proprie milizie, nel 2017, hanno conquistato la miniera di Jabal ‘Amer, a cui poi se ne sono aggiunte altre tre nel Kordofan meridionale. A tal proposito, sia le forze di Hamdan, sia Abd al-Rahman al-Bakri, il vice di Hamdan, direttore generale della maggiore società estrattiva del Paese, hanno aperto conti bancari presso la Banca nazionale di Abu Dhabi.

Stando alle cifre fornite da report internazionali, gli UAE rappresentano il più grande importatore di oro sudanese al mondo, con il 99,2% delle esportazioni della nazione, secondo i dati del commercio globale per l’anno 2018. Secondo diversi rapporti, gli Emirati Arabi Uniti avrebbero altresì siglato con Hamdan un accordo volto a fornire combattenti sudanesi alle milizie di Haftar in cambio di denaro e armi.

Gli UAE, accanto a Giordania e Turchia, il 9 dicembre 2019, sono stati inclusi tra i principali Paesi che esportano armi in Libia, sulla base di un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato nello stesso giorno da un gruppo di esperti. Non da ultimo, il 15 maggio, Bloomberg, sulla base di un rapporto dell’Onu, ha rivelato che due compagnie con sede a Dubai hanno inviato circa 20 mercenari “occidentali” a Bengasi, in Libia, a sostegno dell’LNA. I mercenari occidentali, con passaporti britannici, americani, francesi, australiani e sudafricani, avrebbero avuto il compito di impedire anche le spedizioni di armi dalla Turchia al governo tripolino.

La Commissione dell’Onu ha poi rivelato che gli Emirati Arabi Uniti sono altresì responsabili per la gestione di un “ponte aereo nascosto”, volto a fornire armi al generale libico Haftar. Nello specifico, sono 37 i voli al centro delle indagini degli esperti delle Nazioni Unite, condotte dall’inizio del mese di gennaio 2020. Secondo quanto rivelato da alcuni diplomatici a conoscenza del rapporto, i voli in questione sono stati gestiti da una rete di compagnie registrate negli Emirati Arabi Uniti, in Kazakistan e nelle Isole Vergini britanniche.

 

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Piera Laurenza, interprete di inglese e arabo

di Redazione

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