Libia: NOC in allarme per il petrolio stoccato nei porti

Pubblicato il 9 agosto 2020 alle 11:00 in Africa Libia

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Il presidente della National Oil Corporation (NOC) della Libia, Mustafa Sanalla, ha lanciato, l’8 agosto, l’allarme per un possibile disastro nel Paese causato da una crescente presenza militare nei porti del petrolio, i cui serbatoi di stoccaggio hanno raggiunto il limite della propria capacità, a causa del vigente blocco sulle esportazioni che si protrae dallo scorso 18 gennaio. Inoltre, a causa di frequenti interruzioni dell’elettricità e della conseguente richiesta di carburante per i generatori, la compagnia di distribuzione della NOC, la Brega, è stata costretta a vendere il diesel prodotto nelle piazze, per aggirare il mercato nero del bene.

 In un video messaggio, Sanalla ha messo in guardia sia dal pericolo di attacchi ai serbatoi di petrolio sovraccarichi, sia dai rischi della loro esposizione ad alte temperature che potrebbero risultare in un “enorme disastro”. Il presidente della NOC ha avanzato l’ipotesi che anche nei porti libici potrebbe verificarsi una catastrofe analoga a quella che ha colpito la capitale del Libano, Beirut, lo scorso 4 agosto, quando un incendio ha raggiunto 2.700 tonnellate di nitrato d’ammonio, causando un’esplosione che ha distrutto l’area, ucciso, ad oggi, almeno 158 persone, ferite altre 6,000 e generato circa 300.000 sfollati.

Oltre a non essere disponibile per le esportazioni, anche dentro al Paese, le ricorrenti interruzioni elettriche stanno impedendo alla popolazione di accedere ad aree di rifornimento funzionanti, le quali non hanno né elettricità né sono attrezzate con generatori autonomi, la cui fornitura era stata promessa nel 2016 dalla stessa NOC. Per rispondere alla domanda interna in tali circostanze, la Brega ha deciso di distribuire carburante nelle piazze e ha rassicurato che non c’è alcuna carenza di diesel. File di persone si sono formate nei luoghi di distribuzione, dove le forze armate monitorano la situazione.

Al momento, il governo di Tobruk, sostenuto dall’Esercito Nazionale Libico (LNA) del generale Khalifa Haftar, ha il controllo sulla cosiddetta mezzaluna del petrolio nell’Est e nel Sud della Libia, ossia sui pozzi petroliferi operati dalla NOC, con sede a Tripoli, e ha bloccato le esportazioni e la produzione petrolifera per assestare un duro colpo alle finanze del suo rivale, il Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Tripoli, guidato da Fayez Al-Sarraj. Quest’ultimo controlla la Banca Centrale, che gestisce i proventi del settore. Per questo, lo scorso 11 luglio, il portavoce del LNA, Ahmed al-Mismari, aveva annunciato che le forze di Tobruk avrebbero mantenuto il blocco sulle esportazioni di petrolio dalla Libia fin quando non sarebbe stato stabilito un meccanismo in grado di impedire ai proventi che ne derivano di finire nelle tasche di “milizie e mercenari”, alludendo al GNA e al suo principale alleato, la Turchia.

La Libia è il Paese che dispone delle maggiori riserve petrolifere di tutto il continente africano e il settore rappresenta la base della sua economia, la NOC ha più volte denunciato l’eccessiva presenza di mercenari nei siti e nei porti petroliferi che gestisce.

Ad oggi, il conflitto tra LNA e GNA in Libia è focalizzato sulla città di Sirte, controllata da Haftar. Il governo di Al-Sarraj, appoggiato militarmente da Ankara, vuole riconquistarla insieme alla base area di Al-Jufra, prima di procedere con negoziati per il cessate il fuoco con le forze del LNA. A tal proposito, il 6 agosto, il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, ha rivelato che è stata avanzata una proposta che prevede la consegna dei due luoghi al GNA ma, al contempo, sia l’esercito di Tripoli, sia le forze di Haftar stanno continuando a prepararsi per una “battaglia imminente”, ricevendo sostegno dai propri alleati. L’Egitto e la Russia, alleati di Haftar, in particolare, hanno affermato che Sirte e Al-Jufra rappresentano una “linea rossa” da non superare e, a tal proposito, lo scorso 20 luglio, il Parlamento egiziano ha approvato all’unanimità una disposizione che autorizza lo schieramento delle proprie truppe fuori dai confini nazionali.

Il 6 agosto, sono state poi diffuse sul web immagini, da verificare, che mostrano il dispiegamento di un sistema di difesa aereo S-300 da parte della Russia, alleata di Haftar, nei pressi della città di Ras Lanuf, a circa 200 km da Sirte.  Due giorni dopo, Al-Arabiya, citato dall’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani (SOHR), ha invece rivelato che Ankara avrebbe consegnato al GNA 4 droni da combattimento e altre armi sofisticate, dopo avergli già fornito altri 300 mercenari siriani, arrivati a Tripoli il 6 agosto.

In Libia è in atto una lunga guerra civile iniziata il 15 febbraio 2011 a cui ha fatto seguito, nell’ottobre dello stesso anno, la caduta del regime dittatoriale di Muammar Gheddafi. Da tale evento in poi, il Paese non è mai riuscito a realizzare una transizione democratica. Al momento, le forze di Haftar, appoggiate da Russia, Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Francia e Giordania, combattono quelle del GNA, il quale era stato formato con gli  accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015 sotto l’egida dell’Onu, poi scaduti il 17 dicembre 2017. Il governo di Tripoli è riconosciuto dalle Nazioni Unite, dal Qatar, dall’Italia e dalla Turchia, la quale dal gennaio 2020 gli ha fornito un decisivo appoggio militare.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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