Libano: riprendono le proteste, approvati milioni in aiuti

Pubblicato il 9 agosto 2020 alle 19:18 in Libano Medio Oriente

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La popolazione libanese sta avviando una seconda ondata di proteste il 9 agosto per far cadere la leadership del Paese, ritenuta colpevole della potente esplosione che ha devastato il porto di Beirut il 4 agosto scorso, causando, ad oggi, almeno 158 vittime, 6.000 feriti, 21 dispersi, che vengono dati per morti, e almeno 300.000 sfollati. Intanto, durante la conferenza dei donatori di aiuti al Libano dello stesso 9 agosto, organizzata congiuntamente dalla Francia e dalle Nazioni Unite, sono stati approvati aiuti per centinaia di milioni di dollari, destinati direttamente alla popolazione libanese.  

Durante la videoconferenza internazionale, il presidente francese, Emmanuel Macron, ha dichiarato che i fondi per il Libano devono andare direttamente laddove ce n’è bisogno e ha esortato i partecipanti ad agire velocemente e con efficienza. In merito alle cifre, il Qatar ha promesso 50 milioni di dollari, la Francia 58,9, la Germania 20, il Kuwait 41, la Commissione Europea 74,2 e Cipro 5,89. Il commissario europeo per la Gestione delle Crisi, Janez Lenarcic, ha affermato che il contributo europeo sarà destinato ad aiuti umanitari per rispondere alle necessità immediate della popolazione e sarà conferito alle agenzie Onu e alle Organizzazioni non governative, sotto stretto controllo.

Tra le forme di sostegno previste dalla conferenza, ci sarebbe anche il sostegno per l’avvio di un’indagine credibile e indipendente sull’esplosione, che sembrerebbe essere stata innescata da un magazzino contenente grandi quantità di nitrato di ammonio, confiscato e depositato in container del porto da circa sei anni e della cui presenza alcuni ritengono che il governo fosse stato ripetutamente informato. Al momento, sono le autorità libanesi a guidare le indagini, ma in molti, tra cui il presidente francese Macron, hanno richiesto un’indagine internazionale. Il presidente del Libano, Michel Aoun, ha però dichiarato, sempre il 9 agosto, che un’inchiesta internazionale sarebbe uno spreco di tempo e che sarà la magistratura del Paese a dover chiarire velocemente chi è colpevole e chi innocente. Nella stessa giornata, il presidente americano, Donald Trump, ha esortato il Libano a condurre un’indagine esaustiva e trasparente, aggiungendo che gli USA sono disposti a fornire aiuti anche in tal senso.

Nel corso della giornata del 9 agosto, poi, l’ex-premier del Paese, in carica dal febbraio 2014 al dicembre 2016, Tammam Salam, ha negato di aver ricevuto informazioni sul deposito di nitrato di ammonio e sul suo arrivo al porto di Beirut, nonostante alcuni media abbiano riferito che un tribunale libanese ne avesse ordinato lo scarico proprio durante la sua leadership. Al momento, sono 16 le persone ad essere state arrestate in connessione all’esplosione e, tra i nomi, figurano quelli del direttore generale delle dogane libanesi, Badri Daher, del capo del porto di Beirut, Hasan Kraytem, e dell’ex responsabile delle dogane, Chafic Merei. 

Parallelamente agli sforzi internazionali, la popolazione è tornata in strada e ha scagliato pietre contro la polizia che ha cercato di bloccare la folla diretta verso piazza del Parlamento. Sono inoltre centinaia le persone che si stanno riversando anche in piazza dei Martiri, che è stata uno dei principali teatri delle proteste dell’8 agosto, sfociate in violenza e in cui sono state ferite almeno 728 persone e un poliziotto è morto. Finti patiboli con su scritto “giorno del giudizio” issati in tale piazza sono diventati il simbolo delle proteste e in essi sono stati appesi fantocci dell’ex-primo ministro, Saad Harir, e del leader dell’organizzazione politico-militare filo-iraniana Hezbollah, Hassan Nasrallah.

La popolazione vuole la rimozione del governo in carica e sta chiedendo che i responsabili dell’esplosione rispondano delle proprie colpe, così come i fautori della corruzione e della cattiva gestione del Paese. L’8 agosto, il primo ministro, Hassan Diab, ha promesso che indirà elezioni anticipate e che resterà in carica per due mesi, fin quando i partiti di maggioranza non raggiungeranno un accordo. Al 9 agosto, il suo governo ha già visto le dimissioni di almeno 6 parlamentari  e del ministro dell’Informazione il 9 agosto a causa dell’esplosione.

Oltre alle perdite di vite umane, vi sono stati ingenti danni materiali in tutta la città, equivalenti a circa 15 miliardi di dollari. Secondo più economisti, la ricostruzione di Beirut potrebbe costare al Paese il 25% del PIL nazionale, in un momento il cui l’economia è nel bel mezzo di una profonda crisi.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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