Trump sanziona la governatrice di Hong Kong

Pubblicato il 8 agosto 2020 alle 9:05 in Hong Kong USA e Canada

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La governatrice di Hong Kong, Carrie Lam, è stata l’obiettivo delle sanzioni imposte dall’amministrazione del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, il 7 agosto, per aver leso i diritti della popolazione dell’isola, reprimendo le proteste pro-democrazia. Si è trattato delle prime sanzioni imposte da Washington su funzionari governativi per la soppressione del dissenso e, oltre a Lam, hanno colpito altri 10 alti funzionari sia dell’isola, sia della Cina continentale.

Tra gli individui di Hong Kong sanzionati, figurano il capo della Polizia dell’isola, Chris Tang, e il suo predecessore, Stephen Lo, il quale era stato in carica fino al 2019 e, secondo il Dipartimento del Tesoro statunitense, avrebbe supervisionato l’arresto di circa 4.000 attivisti pro-democrazia e guidato le operazioni che hanno ferito oltre 1.600 persone. Per quanto riguarda, invece, i funzionari del governo di Pechino, le sanzioni sono state indirizzate a carico del responsabile dell’Ufficio di collegamento di Hong Kong e Macao, Xia Baolong, che in molti ritengono essere una figura vicina al presidente cinese, Xi Jinping, e il direttore dello stesso ufficio, Luo Huining, il più alto funzionario del governo di Pechino presente ad Hong Kong. Nel mirino statunitense sono rientrati anche due funzionari che rivestiranno ruoli di primo piano, istituiti con la nuova legge sulla sicurezza nazionale, Zheng Yanxiong ed Eric Chan.

Nella stessa giornata del 7 agosto, il segretario di Stato degli USA, Mike Pompeo, ha dichiaro che il Partito comunista cinese (PCC) ha reso chiaro a tutti che Hong Kong non godrà mai più dell’ampia autonomia che Pechino stessa aveva promesso ai suoi abitanti, per questo, Washington adotterà le dovute misure contro coloro che hanno distrutto le libertà dell’isola e tratterà Hong Kong in base al principio “un Paese, un sistema”. Pompeo ha alluso al modello “un Paese, due sistemi” che garantisce un certo grado di indipendenza dal governo centrale a quello di Hong Kong, sviluppatasi su un modello socio-economico inglese, e che era stato stabilito nella Dichiarazione congiunta sino-inglese del 19 marzo 1984 ed entrato in vigore il primo luglio 1997, al passaggio di sovranità dell’isola dal Regno Unito alla Cina.

Le sanzioni del 7 agosto potrebbero non avere un significativo impatto sugli 11 destinatari in quanto non è chiaro se questi abbiano o meno proprietà o beni negli USA che potrebbero essere congelati in base alle misure di Washington. Oltre a questo, nessuno di loro potrà viaggiare negli Stati Uniti.

L’8 agosto, il segretario al Commercio del governo della regione amministrativa speciale di Hong Kong, Edward Yau, ha definito le sanzioni “irragionevoli e barbariche”. Tra i diretti interessati, invece, Luo Huining ha affermato che se è stato il destinatario di sanzioni degli Stati Uniti, ciò significa che ha fatto ciò che doveva sia per Hong Kong, sia per la Cina, e ha aggiunto di non possedere alcun bene negli USA ,specificando che potrebbe comunque inviare 100 dollari a Trump così che possa congelarli

Gli Stati Uniti, già dal 14 luglio scorso, avevano deciso di rivedere in toto lo status speciale accordato fino a quel momento all’isola e di trattarla come la Cina continentale approvando l’Hong Kong Autonomy Act, in quanto hanno ritenuto che la sua autonomia e le sue libertà siano state distrutte dalla legge sulla sicurezza nazionale imposta dal governo di Pechino, il 30 giugno precedente.

La “Legge della regione amministrativa speciale di Hong Kong della Repubblica Popolare Cinese per la salvaguardia della sicurezza nazionale” è stata fatta rientrare nell’Allegato III della Basic Law ed è entrata in vigore dalla mezzanotte del primo luglio scorso. Con essa sono stati proibiti movimenti secessionisti e sovversivi, interferenze straniere e azioni di terrorismo sull’isola, rendendoli atti criminali. Oltre a questo, è stata istituita la Commissione di Salvaguardia della Sicurezza Nazionale, che prevede l’impiego sull’isola di forze dell’ordine rispondenti al governo centrale di Pechino. Per molti, la legge lederebbe l’autonomia e le libertà di Hong Kong, restando volutamente vaga e lasciando ampi margini per la sua applicazione.

Prima delle nuove misure adottate da Pechino, l’isola era stata teatro di circa un anno di proteste iniziate il  31 marzo 2019, quando gli abitanti scesero in strada per la prima volta per manifestare contro una controversa proposta di legge che prevedeva l’estradizione verso la Cina continentale per i residenti di Hong Kong. Nonostante tale proposta fosse stata ritirata, le proteste, dal giugno successivo, si erano evolute in una generale rivendicazione contro le ingerenze del governo centrale di Pechino nelle questioni interne dell’isola, diventando sempre più violente. 

A seguito del ritiro della proposta di legge, l’esecutivo di Hong Kong aveva respinto le altre richieste dei manifestanti, tra cui figuravano: l’amnistia per i manifestanti detenuti, l’avvio di un’indagine indipendente sui presunti eccessi di violenza della polizia e il rilancio di un processo di riforma politica in senso democratico. Con il passare del tempo, le proteste erano diventate sempre più frequenti e violente, rallentando solamente a causa della diffusione del coronavirus.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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