Iraq: il premier fa promesse, ma non abbastanza per scongiurare nuove proteste

Pubblicato il 8 agosto 2020 alle 7:00 in Iraq Medio Oriente

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Il primo ministro iracheno, Mustafa al-Kadhimi, si è impegnato a tenere elezioni parlamentari anticipate per il 6 giugno 2021. La mossa è da inserirsi in un quadro di promesse che mirano a frenare una nuova ondata di proteste. Tuttavia, la popolazione continua a far fronte ad alcune problematiche, tra cui i continui blackout.

L’annuncio del premier è giunto il 31 luglio, nel corso di un discorso televisivo in cui ha riferito che farà il possibile per assicurare la buona riuscita dell’intero processo elettorale. In realtà, le prossime elezioni legislative erano previste per il mese di maggio 2022, ma l’ondata di proteste intrapresa il primo ottobre 2019, e mai del tutto placata, ha spinto il premier ad agire fin da subito per rispondere ad una delle richieste principali del popolo iracheno. Sebbene la mossa sia stata accolta con favore sia dal capo di Stato, Barham Salih, sia dalle Nazioni Unite, secondo alcuni al-Kadhimi dovrà affrontare alcuni ostacoli per portare a termine la missione, tra cui una controversa riforma della legge elettorale.

Tuttavia, la rabbia dei cittadini è ancora forte, come mostrato il 26 luglio, quando, per la prima volta dalla nomina di al-Kadhimi avvenuta il 6 maggio, Baghdad ha assistito a nuove violente proteste, che hanno altresì causato 2 morti civili. Ad alimentarle, le perduranti difficoltà economiche, ulteriormente esacerbate dalla pandemia di coronavirus, e le continue interruzioni di energia elettrica, in un periodo in cui le temperature sono arrivate a toccare i 52 gradi Celsius.

Il servizio di elettricità pubblico non è più in grado di rispondere adeguatamente alle esigenze della popolazione, causando blackout che durano ore. L’alternativa sarebbe acquistare corrente “privata” o generatori di energia per ciascuna abitazione, ma, visto il quadro economico generale, non tutti possono permetterseli. Così, la scelta è rimanere a casa e soffrire di caldo, o uscire fuori e rischiare altresì di contrarre il Covid-19, ancora presente nel Paese.

Secondo un funzionario del Ministero dell’Elettricità, le linee elettriche fatiscenti hanno comportato una riduzione di 1.000 megawatt di energia per questa estate, e la fornitura erogata è inferiore di 10.000 megawatt rispetto alla domanda. Non da ultimo, l’Iraq dipende dall’Iran per le forniture di elettricità, specialmente durante l’estate, ma il deficit di bilancio non ha consentito a Baghdad di pagare le somme dovute. Il rischio è che si ripeta la crisi del 2018, quando Teheran sospese le esportazioni per il mancato pagamento delle quote stabilite, e la popolazione di Bassora scese in piazza per protestare, paralizzando successivamente anche Baghdad ed i restanti territori meridionali.

Le proteste dell’ultimo anno e l’instabilità politica non hanno consentito l’implementazione di riforme adeguate a risanare il settore dell’elettricità, e la popolazione si è talvolta rifiutata di pagare lo Stato per un servizio spesso regolato dagli interessi di compagnie private. Secondo funzionari dei Ministeri del petrolio e dell’elettricità, sono già in vigore misure di emergenza per reindirizzare l’energia prodotta durante le operazioni presso giacimenti petroliferi verso le abitazioni. Parallelamente, dovrebbe essere costruito un hub del gas nel Sud dell’Iraq, ma i lavori sono stati ostacolati dal mancato accordo tra la società saudita ACWA Power e la statunitense Honeywell.

Non da ultimo, la questione tocca altresì le relazioni estere in un quadro geopolitico già di per sé complesso. In particolare, per guadagnarsi ulteriori deroghe che consentano le importazioni dall’Iran, l’Iraq deve dimostrare agli Stati Uniti di star attuando misure concrete che lo rendano sempre più indipendente da Teheran.

Washington, dal canto suo, ha incoraggiato gli alleati del Golfo a stringere accordi con Baghdad, volti a diversificare le fonti di approvvigionamento energetico. Uno dei progetti, già in fase di negoziazione, fornirebbe una fornitura iniziale di 500 megawatt al Sud dell’Iraq, collegandolo ad una “super-rete” che coinvolge sei Paesi del Golfo. Nel 2019, è stato firmato un accordo quadro con l’Autorità di interconnessione del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), ma la mancanza di finanziamenti, volti a pagare 300 km di linee di trasmissione, ha rallentato le procedure. I Paesi del GCC si sono impegnati a finanziare il progetto, ma, secondo un alto funzionario del governo, “sono preoccupati per la situazione politica” irachena.

La crisi rischia, pertanto, di sfociare in una nuova violenta ondata di proteste, simile a quella verificatasi dal primo ottobre 2019, quando migliaia di manifestanti iracheni sono scesi per le strade di Baghdad e di diverse città meridionali per richiedere le dimissioni del governo, del Parlamento e del capo di Stato, così come elezioni anticipate sotto l’egida delle Nazioni Unite, una nuova legge elettorale e l’istituzione di un tribunale speciale per i casi di corruzione, accusando l’élite al potere di sfruttare la ricchezza petrolifera irachena per soddisfare i propri interessi.

Un attivista Mohammed Ibrahim, che tuttora organizza piccoli sit-in con i suoi compagni a Bassora, ha affermato che le manifestazioni continueranno anche se le loro richieste di cambiamento continuano a non trovare un riscontro concreto. “Le proteste sono l’unico modo per mostrare questa ingiustizia”, ha affermato Mohammed.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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