Il Senato USA si oppone alla vendita di droni all’Arabia Saudita

Pubblicato il 7 agosto 2020 alle 11:35 in Arabia Saudita USA e Canada

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

I membri del Senato statunitense, sia repubblicani sia democratici, hanno introdotto una legislazione, il 6 agosto, che bloccherebbe le vendite internazionali di droni armati sofisticati, fabbricati negli Stati Uniti, a Paesi che non sono alleati “stretti” di Washington, tra cui l’Arabia Saudita.

Secondo i senatori, l’obiettivo della legislazione è far sì che il capo della Casa Bianca, Donald Trump, non aggiri un accordo siglato nel 1987 tra 35 Paesi, il cosiddetto Missile Technology Control Regime, consentendo ad imprenditori statunitensi di vendere un maggior numero di droni a diverse nazioni. Tale patto, sebbene non vincolante, è stato finora rispettato dai diversi firmatari, ma, nel mese di giugno scorso, il presidente Trump e il Dipartimento di Stato USA hanno annunciato che avrebbero ignorato le restrizioni stabilite dall’accordo e avrebbero iniziato a distribuire le licenze. In realtà, già nel 2018, l’amministrazione statunitense aveva riferito di voler ampliare il raggio degli acquirenti di droni, e nel corso degli ultimi due anni sono state avviate discussioni volte a comprendere come aggirare il suddetto accordo.

La misura del 6 agosto è stata introdotta, nello specifico, dai senatori repubblicani Mike Lee e Rand Paul, dai democratici Chris Murphy e Chris Coons, oltre che dal senatore Bernie Sanders. Secondo quanto riferito, la legislazione vieta l’esportazione, il trasferimento o il commercio di droni avanzati verso diversi Paesi, ad eccezione dei membri della NATO e Australia, Nuova Zelanda, Corea del Sud, Giappone e Israele. Secondo i sostenitori della misura, la vendita di droni armati avanzati potrebbe portare alla proliferazione di tale tecnologia in tutto il mondo, in quanto anche altri Paesi potrebbero cominciare ad aggirare l’accordo del 1987.

I senatori sono particolarmente preoccupati per la vendita di armi all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti (UAE), consapevoli che gran parte dell’arsenale fabbricato negli USA è stato impiegato per portare avanti una guerra “devastante” in Yemen, che, sin dal 2015, ha causato la morte di migliaia di civili, tra cui molti bambini. Per tale motivo, sono state diverse le legislazioni emanate con il fine di frenare i piani dell’amministrazione Trump, ma molte di esse non sono riuscite a ottenere il supporto repubblicano sufficiente per scavalcare i veti del presidente statunitense.

In tale quadro, il 18 luglio 2019, la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti aveva votato per bloccare una vendita di armi da 8,1 miliardi di dollari all’Arabia Saudita e altri Paesi alleati. I rappresentanti che si sono opposti alla compravendita sostenevano che le armi dirette a Riad rischiavano di essere utilizzate nella guerra in Yemen, dove il Paese sta guidando una coalizione contro i ribelli Houthi. Il conflitto, scoppiato il 19 marzo 2015, vede contrapporsi due fazioni. Da una parte vi sono i ribelli sciiti Houthi, supportati dall’Iran, e, dall’altra, le forze governative del presidente Rabbo Manosur Hadi, a sua volta sostenuto dalla coalizione a guida saudita, appoggiata da Washington. 

Secondo quanto riferito dal quotidiano arabo al-Khaleej Online, l’Arabia Saudita è ancora nella lista dei Paesi del mondo che importano il maggior numero di armi di vario tipo, sistemi di difesa aerea in primis. L’obiettivo di Riad è proteggere il proprio spazio aereo dai missili balistici che colpiscono le installazioni vitali del Regno. Inoltre, l’8% del prodotto interno lordo saudita, e circa il 28% del bilancio statale annuale, viene destinato al settore militare.

In tale quadro, gli Stati Uniti rappresentano un partner rilevante, da cui ricevono circa un quinto delle armi acquistate dall’estero. Non da ultimo, risale all’11 ottobre 2019 la notizia con cui Washington aveva riferito di aver dispiegato 2.800 soldati aggiuntivi nel Regno saudita, oltre ad aver inviato due squadroni di jet da combattimento, un’ala di spedizione aerea, due batterie di missili Patriot e un sistema di difesa missilistica THAAD. Come evidenziato dal Segretario alla Difesa statunitense, Mark Esper, le truppe USA in Arabia Saudita, all’11 ottobre, sarebbero giunte a 3.000 membri.

Tale operazione era giunta dopo che, il 14 settembre, due impianti petroliferi della compagnia saudita Aramco, situati nelle province di Abqaiq e Khurais, nell’Est dell’Arabia Saudita, erano stati colpiti da raid aerei, rivendicati dal gruppo di ribelli sciiti Houthi. In tale occasione, l’Iran è stato ritenuto il responsabile di tale accaduto, sia dagli Stati Uniti sia da altri Paesi, tra cui Francia, Germania e Regno Unito, in quanto non vi sarebbero state “altre spiegazioni”. Teheran, dal canto suo, ha negato le accuse.

 

Leggi Sicurezza Internazionale, il solo quotidiano in Italia interamente dedicato alla politica internazionale

Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.