Esplosione in Libano: non si esclude un’ingerenza esterna

Pubblicato il 7 agosto 2020 alle 20:36 in Libano Medio Oriente

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Il presidente libanese, Michel Aoun, ha dichiarato che non si può escludere l’ingerenza di attori esterni tra le cause dell’esplosione che ha colpito il porto di Beirut, il 4 agosto. In particolare, secondo quanto sottolineato dalla presidenza, le indagini stanno prendendo in considerazione tutte le ipotesi e stanno valutando se l’incidente sia stato causato da negligenza, da un errore o da una possibile interferenza esterna. “La causa non è ancora stata determinata. Esiste la possibilità di un’aggressione esterna attraverso un missile, una bomba o un altro mezzo”, ha affermato Aoun, precisando che l’inchiesta sull’esplosione sta procedendo su tre livelli. “In primo luogo, si sta verificando come il materiale esplosivo sia entrato nel magazzino e sia stato conservato. Secondo, se l’esplosione sia stata il risultato di negligenza o di un incidente, e, in terzo luogo, si sta esaminando la possibilità di un’interferenza esterna”, ha concluso il presidente.

Nel frattempo, Aoun ha respinto le richieste di un’indagine internazionale, dopo che diversi leader mondiali e gran parte dei cittadini libanesi all’estero e in patria hanno insistito per ottenere un’inchiesta imparziale. Sulla sua pagina Facebook, il presidente ha precisato la sua posizione, sottolineando che gli appelli volti ad avviare un’inchiesta internazionale hanno l’obiettivo di “distorcere la verità”. In più, ogni verdetto perde significato se richiede troppo tempo per essere emesso, ha aggiunto Aoun.

Poco dopo le dichiarazioni del presidente libanese, il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, è intervenuto sulla tv di stato negando fermamente che il gruppo abbia depositato armi nel magazzino e affermando che le indagini avrebbero presto “rivelato la verità”. “Non abbiamo niente nel porto: né un deposito di armi, né un deposito missilistico, né razzi, né fucili, né bombe, né proiettili, né nitrato di ammonio”, ha dichiarato il segretario generale del gruppo libanese. “Sono tutte bugie e menzogne”, ha precisato Nasrallah riferendosi alle accuse. Il segretario ha dunque chiesto che venga avviata “un’indagine giusta e trasparente”e che “chiunque sia responsabile venga assicurato alla giustizia”. “Tutto il personale e le istituzioni di Hezbollah sono a disposizione dello Stato e della città di Beirut”, ha assicurato il leader libanese.

Il 6 agosto, le autorità hanno arrestato 16 persone, indagate per presunto coinvolgimento nell’esplosione. Tra questi, funzionari del porto di Beirut, del consiglio di amministrazione doganale, così come i responsabili dei lavori di manutenzione presso l’hangar 12, dove erano depositati “materiali altamente infiammabili e cavi di detonazione”. Parallelamente, la Banca centrale del Libano ha congelato i conti del capo del porto di Beirut, del presidente dell’amministrazione doganale libanese e di altri cinque individui connessi alle attività del porto.

Si ritiene che la detonazione sia stata provocata da 2750 tonnellate di nitrato di ammonio depositate, da circa sei anni, in container del porto della capitale. Finora, i morti sono almeno 145 e i feriti più di 5.000. Oltre alle perdite di vite umane, vi sono stati ingenti danni materiali in tutta la città, equivalenti a circa 15 miliardi di dollari. Tra questi, la distruzione di almeno 3 ospedali, mentre altri 2 sono stati fortemente danneggiati. Parallelamente, l’esplosione ha causato la distruzione di uno dei silos di stoccaggio di grano del Paese. Secondo quanto riferito dal ministro dell’Economia, Raoul Nehme, attualmente le riserve di grano del Libano ammontano a “un po’ meno di un mese”.

Centinaia sono ancora i dispersi, il che lascia presagire un aumento del bilancio delle vittime. Sebbene al momento non sia possibile affermare con certezza chi e cosa vi sia stato dietro l’accaduto, ciò che è certo è che l’incidente del 4 agosto, che per molti rievoca le immagini dei bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki del 1945, ha colpito un Paese testimone di una perdurante e crescente crisi economica e finanziaria, ritenuta la peggiore minaccia dalla guerra civile del 1975-1990.

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Chiara Gentili

di Redazione

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