Afghanistan: il “Grande Consiglio” decide sul destino di 400 prigionieri talebani

Pubblicato il 7 agosto 2020 alle 17:11 in Afghanistan Asia

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Migliaia di leader afgani, riuniti nel cosiddetto “Grande Consiglio”, si sono incontrati oggi, venerdì 7 agosto, a Kabul, per decidere se rilasciare, nellambito dellaccordo di pace firmato a febbraio tra Stati Uniti e talebani, gli ultimi 400 prigionieri del gruppo armato, accusati di crimini gravi. Molti di loro sono stati giudicati responsabili di attentati brutali, in cui centinaia di cittadini afgani e stranieri sono rimasti uccisi.

Laccordo negoziato a Doha, il 29 febbraio, prevede che 5.000 prigionieri talebani debbano essere rilasciati dalle carceri afgane come condizione preliminare per la partecipazione del gruppo ai colloqui di pace con il governo di Kabul. Finora, 4.600 di loro sono stati liberati, ma, rispetto agli ultimi 400, il presidente Ashraf Ghani ha affermato di non avere lautorità costituzionale per scarcerarli, dal momento che sono accusati di crimini troppo gravi. Sul loro destino deciderà il “Grande Consiglio”, ovvero la Loya Jirga, unassemblea di circa 3.200 leader afgani, tra politici, saggi e membri anziani delle comunità, invitati a Kabul per discutere della questione in almeno tre giorni e riferire al governo i risultati dellincontro.

“Questi 400 sono quelli che sono stati condannati per omicidi in cui sono rimaste uccise dalle 2 alle 40 persone. Ci sono quelli coinvolti in traffici di droga, condannati a morte e responsabili di crimini gravi, compresi sequestri”, ha dichiarato Sediq Sediqqi, portavoce del presidente, specificando che il consiglio sarà tenuto a decidere anche “che tipo di pace intende negoziare”.

L’inviato speciale degli Stati Uniti per l’Afghanistan, Zalmay Khalilzad, l’architetto dell’accordo che consentirà a Washington di ritirare le proprie truppe e porre fine al suo impegno militare più lungo di sempre, ha messo in guardia contro il Loya Jirga, affermando che il suo coinvolgimento potrebbe comportare eventuali complicazioni. Auguriamo ai partecipanti della Jirga di raggiungere un buon risultato e li esortiamo a non permettere a coloro che preferiscono lo status quo e che cercano di complicare il percorso verso la pace di manipolare il processo”, ha scritto Khalilzad sul suo account Twitter.

In vista della Loya Jirga, lONG Human Rights Watch ha sottolineato che molti dei prigionieri erano stati incarcerati in base a “leggi sul terrorismo eccessivamente ampie, che prevedono la detenzione preventiva a tempo indeterminato”. “Processi segreti e torture per costringere le confessioni possono rendere impossibile determinare quali prigionieri abbiano effettivamente commesso crimini gravi”, ha osservato lorganizzazione non governativa.

I talebani, dal canto loro, hanno liberato i 1.000 prigionieri che stavano trattenendo e i soldati degli Stati Uniti e della NATO hanno avviato il ritiro dei loro contingenti, in linea con quanto stabilito nellaccordo di febbraio. Il segretario di stato americano, Mike Pompeo, ha esortato gli afgani a liberare i prigionieri talebani, promettendo aiuto nel caso in cui la nazione decidesse di fare un simile passo avanti nei negoziati verso la pace. “Sappiamo che il rilascio dei prigionieri è un gesto impopolare”, ha affermato Pompeo in un comunicato. “Ma questa difficile azione porterà a un risultato importante, da tempo ricercato dagli afgani e dagli amici dell’Afghanistan: ridurrà la violenza e permetterà di avviare colloqui diretti per finalizzare un accordo di pace definitivo e porre fine della guerra”, ha aggiunto.

Il 4 agosto, Pompeo aveva tenuto una videoconferenza con il capo negoziatore talebano, il mullah Abdul Ghani Baradar, per discutere del processo di pace in Afghanistan. Il vice leader del gruppo armato aveva detto di essere pronto ad organizzare nuovi colloqui entro una settimana dal rilascio degli ultimi prigionieri. Le due parti avevano definito importantela mossa del governo afgano di discutere della scarcerazione e il segretario di Stato USA aveva accolto con favore il cessate il fuoco di tre giorni annunciato in occasione della festa islamica dell’Eid e iniziato il 31 luglio. Anche la rappresentante speciale del segretario generale delle Nazioni Unite in Afghanistan, Deborah Lyons, aveva tenuto un incontro con Baradar, mercoledì 5 agosto, secondo un tweet del portavoce politico dei talebani, Suhail Shaheen. 

Sebbene non vi siano stati annunci di un cessate il fuoco ufficiale, negli ultimi giorni non vi sono state notizie di attacchi militari su larga scala da parte dei talebani. Questi sono un’organizzazione che si era affermata come gruppo dominante in seguito al crollo del regime sovietico. Dal 1996, si sono posti alla guida di gran parte del Paese, dopo la fine di una sanguinosa guerra civile tra gruppi di militanti locali. Tuttavia, nel 2001, le truppe statunitensi si sono installate nel Paese, con l’obiettivo di ribaltare le autorità di Kabul, allora sostenute dai talebani, accusate di aver fornito asilo ad al-Qaeda, durante la pianificazione degli attentati dell’11 settembre 2001. 

Con l’invasione di Washington e l’intervento della NATO nell’agosto 2003, i talebani sono tornati a compiere numerose offensive per destabilizzare il Paese. Il 29 febbraio 2020, gli Stati Uniti e i talebani hanno firmato uno “storico” accordo di pace a Doha, in Qatar. Tuttavia, tale intesa non ha portato ancora la stabilità nel Paese, sconvolto dalle violenze e fortemente diviso. In tale contesto il 14 luglio, il Pentagono ha comunque annunciato che i soldati statunitensi si sono ritirati da 5 basi militari in Afghanistan e continuano a ridurre la propria presenza nel Paese, come previsto dall’accordo con i talebani.

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Chiara Gentili

di Redazione

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