Iran- Stati Uniti: la risoluzione sull’embargo è pronta

Pubblicato il 6 agosto 2020 alle 10:57 in Iran USA e Canada

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Il Segretario di Stato USA, Mike Pompeo, ha dichiarato, il 5 agosto, che il proprio Paese è pronto a presentare al Consiglio di Sicurezza dell’Onu una risoluzione contro l’Iran riguardante l’embargo sulle armi.

L’embargo a cui gli USA fanno riferimento è stabilito nella risoluzione 2231, da inserirsi nel quadro dell’accordo sul nucleare iraniano, siglato il 14 luglio 2015, e, secondo quanto sancito dal patto stesso, a partire dal 18 ottobre prossimo, la Repubblica Islamica dell’Iran potrebbe avere nuovamente la possibilità di vendere, trasferire o ricevere armi convenzionali da altri Paesi, incluse Russia e Cina. Inoltre, secondo il Pentagono, potrebbe essere consentito all’Iran di acquistare sistemi di armi avanzate, tra cui aerei da combattimento e carri armati. Tuttavia, Pompeo ha riferito che la risoluzione volta ad estendere l’embargo è già pronta e verrà sottoposta a votazione la prossima settimana. A detta del segretario di Stato, si tratta di una proposta “ragionevole” che consentirà a Washington “in un modo o nell’altro” di fare la cosa giusta.

La proposta degli USA dovrà essere appoggiata almeno 30 giorni prima della scadenza, e necessita di almeno 9 voti a favore per spingere la Russia e la Cina ad esercitare il diritto di veto, come accennato in precedenza. Nel caso in cui l’embargo non verrà esteso, Washington ha minacciato di imporre ulteriori sanzioni, ai sensi di un procedimento concordato con il patto del 2015, in cui gli Stati Uniti risultano essere ancora tra i partecipanti, sebbene si siano ritirati unilateralmente l’8 maggio 2018.

Per gli Stati Uniti, l’Iran continua a rappresentare una minaccia a livello regionale, visto altresì il supporto fornito ai ribelli sciiti Houthi in Yemen, che ha ulteriormente alimentato e prolungato il conflitto. Parallelamente, a detta di Pompeo, vi sono anche altri Paesi mediorientali che cercano di acquisire armi iraniane, e tali armi “destabilizzeranno il Medio Oriente, minacceranno Israele, minacceranno l’Europa e minacceranno anche la vita dei cittadini statunitensi”. Per tale ragione, gli USA sono determinati a far sì che ciò non accada, attraverso l’utilizzo di tutti gli “strumenti diplomatici possibili”.

La prima bozza di Washington è giunta il 22 giugno e fa seguito alla lettera di Mosca e Pechino, datata 27 maggio, in cui i due Paesi, aventi diritto di veto, hanno messo in evidenza come gli USA minaccino di imporre sanzioni senza precedenti, sebbene si siano ritirati unilateralmente dall’accordo sul nucleare iraniano. Francia, Germania e Regno Unito hanno, invece, mostrato, il 19 giugno, il proprio sostegno alla proposta statunitense, affermando che la revoca dell’embargo potrebbe avere ripercussioni per la sicurezza e la stabilità della regione mediorientale.

Il cosiddetto Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) è un accordo siglato il 14 luglio 2015 da Iran, Germania ed i 5 membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu, ovvero Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina, con cui si prevedeva la sospensione di tutte le sanzioni nucleari imposte precedentemente contro l’Iran dall’Unione Europea, dall’Onu e dagli USA, in cambio della limitazione delle attività nucleari da parte del Paese mediorientale e ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica presso gli impianti iraniani. Il capo della Casa Bianca, Donald Trump, si è ritirato dall’intesa unilateralmente l’8 maggio 2018, imponendo nuovamente sanzioni contro Teheran, e causando una frattura più profonda nei loro rapporti. Alla luce di ciò, il governo di Teheran ha cominciato a venir meno agli impegni presi.

I rapporti tra Washington e Teheran sono caratterizzati da crescenti tensioni, acuitesi dapprima con il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano, e poi con l’escalation verificatasi a cavallo tra il 2019 ed il 2020. L’apice è stato raggiunto con l’uccisione del capo del generale iraniano a capo della Quds Force, Qassem Soleimani, e di Abu Mahdi al-Muhandis, vice capo delle Forze di Mobilitazione Popolare, deceduti il 3 gennaio a seguito di un raid aereo ordinato da Donald Trump contro l’aeroporto di Baghdad.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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