Zimbabwe: repressione delle opposizioni e accuse di terrorismo

Pubblicato il 4 agosto 2020 alle 19:24 in Africa Zimbabwe

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Il presidente dello Zimbabwe, Emmerson Mnangagwa, ha definito “terrorista” il principale partito di opposizione e ha promesso di continuare a reprimere i suoi avversari.

Diversi membri dell’opposizione e critici del governo sono stati arrestati negli ultimi giorni e alcune associazioni per la tutela dei diritti umani accusano le forze di sicurezza di aver sequestrato illegalmente alcuni di loro. Lo Zimbabwe Lawyers for Human Rights afferma che ha rappresentato più di 20 persone detenute dal 31 luglio, quando i militari e la polizia hanno fermato una protesta antigovernativa. 

Il 4 agosto, il presidente Emmerson Mnangagwa, in un discorso alla televisione di Stato, ha descritto le opposizioni come “mele cattive” che dovrebbero essere “superate” e ha affermato che gli arresti continueranno. “Supereremo i tentativi di destabilizzazione della nostra società da parte di alcuni zimbabwani disonesti che agiscono in combutta con detrattori stranieri”, ha affermato, avvertendo che “le mele cattive che hanno tentato di dividere il nostro popolo e indebolire i nostri sistemi saranno spazzate via. Quando è troppo è troppo”, ha riferito in diretta televisiva. Mnangagwa ha pronunciato il discorso mentre la pressione locale e internazionale cresce contro la sua amministrazione per le accuse di violazioni dei diritti umani. L’hashtag #Zimbabweanlivesmatter è stato utilizzato nei social media per attirare l’attenzione sull’ondata di arresti nel Paese Africano.

Gli agenti di sicurezza sono stati schierati nella capitale, Harare, e in altre grandi città per fermare una protesta, che era prevista per il 31 luglio e non è mai stata effettuata. Alcune persone che hanno twittato a sostegno delle manifestazioni o che hanno cercato di organizzare eventi di basso profilo sono state arrestate e altre sono state aggredite e torturate, secondo i gruppi per i diritti umani. Tendai Biti, portavoce del principale partito di opposizione, il Movimento per il cambiamento democratico ( MDC) Alleanza, ha riferito che la situazione è diventata “insostenibile”. Ha condannato il governo per restringere lo spazio politico, dedicandosi solo a sostenere in modo massiccio il sistema di corruzione e abusando della Costituzione. “Siamo a un punto di non ritorno, qualcosa sta per succedere”, ha dichiarato Biti, avvertendo che un altro colpo di stato militare potrebbe essere “dietro l’angolo”.

Lo Zimbabwe, situato nel Sud del continente africano, è ricco di risorse come le miniere di diamanti, oro, carbone, ferro, rame, platino ed altri gruppi di metalli. Anni di cattiva amministrazione e corruzione hanno portato a continui saccheggi di tali risorse, che hanno impoverito molto le comunità locali. Il 30 luglio 2018, dopo 30 anni, in Zimbabwe si sono tenute nuove elezioni per eleggere il presidente. L’ex leader, il 93enne Robert Mugabe, in carica dal 31 dicembre 1987, era stato fortemente accusato di aver represso violentemente l’opposizione e manipolato le elezioni. Nel corso dell’assedio militare che lo ha costretto a dimettersi, il 21 novembre 2017, l’esercito confinò Mugabe nella propria abitazione, per poi prendere il controllo della televisione di Stato e impedire l’accesso agli edifici governativi. 

Tale assedio sarebbe stato causato dalla decisione di Mugabe di licenziare l’allora suo vice, Emmerson Mnangawa, il quale gli succedette alla guida del Paese. I suoi sostenitori lo vedevano come un nazionalista che aveva combattuto contro il colonialismo e contro le potenze occidentali “neo-imperialiste”; i suoi oppositori, invece, lo biasimavano per aver distrutto l’economia del Paese, una volta conosciuto come il “granaio dell’Africa”. Ad oggi, lo Zimbabwe, Stato dell’Africa orientale, versa in una grave situazione sociale ed economica. L’attuale presidente ha inaugurato il proprio mandato lo scorso 25 agosto.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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