Argentina: il default è questione di ore

Pubblicato il 3 agosto 2020 alle 9:05 in America Latina Argentina

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A meno di 24 ore dalla scadenza dell’ultima offerta per la ristrutturazione del debito argentino, il presidente Alberto Fernández è orientato alla sospensione del negoziato, il che farebbe sì che Buenos Aires entri in default per mancati pagamenti di oltre 65 miliardi di dollari.

Quando nel mese di agosto tutto sembrava dirigersi verso strenui negoziati, il capo dello stato si sarebbe convinto che i grandi fondi di investimento abbiano scelto la strada dello scontro rifiutando di accettare l’ultima proposta, che avrebbe già costretto il paese a compiere uno sforzo enorme da oggi al 2030. Il ministro dell’Economia, Martín Guzmán, aveva preso in considerazione la possibilità di posticipare i negoziati, evitando la scadenza del 4 agosto per avvicinare le posizioni. Il presidente, tuttavia, sarebbe propenso a mettere l’accordo in una sorta di “stand-by”. Il governo, alla proposta formulata lo scorso giugno, avrebbe ottenuto l’adesione dei detentori del 35% delle obbligazioni incluse nello scambio, il che costringerà Buenos Aires e i creditori a proseguire i negoziati.

La scadenza dell’ultima offerta per il debito argentino con gli obbligazionisti è prevista per martedì 4 agosto. Il governo non intende cedere ulteriormente alle richieste dei creditori.  La domanda è se, come sostengono i grandi fondi, l’Argentina sarà disposta a produrre un prezzo di valore più elevato dei titoli pubblici, soprattutto dopo aver proclamato quattro volte che era l’ultima offerta. La differenza tra l’offerta dell’esecutivo di Fernández  e ciò che i creditori chiedono è in media tre dollari per obbligazione, che rappresenterebbero poco più di 3 miliardi di dollari in totale. Per ridurre tale differenza, tuttavia, il ministro dell’economia ha già dovuto cedere molto. Stando all’ultima offerta, nei prossimi 10 anni verranno pagati 16 miliardi di dollari in più rispetto a quanto sarebbe stato pagato con la prima proposta.

All’inizio Buenos Aires aveva proposto un valore attuale netto delle obbligazioni a una media di 41,98 dollari per ogni 100. Nel quadro di una dura trattativa, il governo argentino è salito a 52,35 dollari per ogni 100 e ora i fondi di investimento stanno cercando di raggiungere i 55,50 dollari. Per raggiungere questo obiettivo, dichiarano di avere il controllo del 60% delle obbligazioni che entrano nello scambio. Cioè, se quel bullone non è sbloccato, sarà impossibile raggiungere un accordo e tutto deve essere risolto in tribunale. Ad aggravare ulteriormente il panorama, nel 2020 il governo ha accumulato finora interessi non pagati di quasi 1,8 miliardi di dollari, per 13 titoli andati a scadenza.

L’Argentina procederà a stilare un nuovo programma con il Fondo monetario internazionale e rinvierà i negoziati con i creditori privati per almeno sei mesi, se non riuscisse a concordare con loro sulla ristrutturazione del suo debito per circa 66 miliardi di dollari, ha spiegato il ministro dell’Economia, Martín Guzmán.

“Esistono due alternative: questa offerta che mostra un grande sforzo e si avvicina al valore richiesto dai creditori o che l’Argentina opti per un accordo con il FMI e successivamente, tra circa sei o otto mesi, ripensi ai settori privati” – ha dichiarato il ministro domenica 2 agosto. Guzmán ha avvertito che “ciò porterebbe a una ristrutturazione più profonda. È fuorviante supporre che in seguito possiamo offrire di più”.

Di fronte al rifiuto che tre grandi gruppi di fondi di investimento hanno già anticipato alla proposta di Buenos Aires, il governo di Alberto Fernández ha ribadito che è “impossibile” migliorarne le condizioni.

L’Argentina aspira a risolvere la sua situazione di default e a ristrutturare il debito ai sensi della legislazione estera per 66 miliardi di dollari. Il debito pubblico totale ammonta a circa 324 miliardi di dollari, quasi il 90% del PIL. Per quanto riguarda la possibilità di prorogare la scadenza del 4 agosto, Guzmán ha affermato che il governo “sta valutando tutte le opzioni”.

“Avevamo dichiarato che c’era l’idea di un periodo di abbonamento più lungo, che è semplicemente una questione tecnica. La realtà è che non c’è più in termini di ciò che il paese può pagare anno per anno. Abbiamo fatto il massimo sforzo possibile e un offerta definitiva sulla base di tale sforzo” – ha concluso il ministro.

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Italo Cosentino, interprete di spagnolo

di Redazione

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