USA: Hong Kong sarà l’ennesima città a gestione comunista della Cina

Pubblicato il 2 agosto 2020 alle 12:58 in Hong Kong USA e Canada

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Il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha ammonito, il primo agosto, il governo di Hong Kong affinché riveda la decisione di rimandare di un anno le prossime elezioni del Consiglio Legislativo, che erano state previste per il prossimo 6 settembre.

In particolare, in una dichiarazione pubblicata sul sito del Dipartimento di Stato, Pompeo ha affermato che gli Stati Uniti condannano la decisione dell’esecutivo di Hong Kong, guidato dalla leader filo-Pechino Carrie Lam, di posticipare di un anno le elezioni, in quanto non vi sarebbero validi motivi per un così lungo ritardo. Washington ritiene probabile che la popolazione di Hong Kong non avrà più l’opportunità di votare ed esprimersi.

Pompeo ha sottolineato che la posticipazione delle elezioni di Hong Kong ha dimostrato che Pechino non ha alcuna intenzione di attenersi agli impegni presi con i cittadini dell’isola e con il Regno Unito alla firma della Dichiarazione congiunta sino-inglese, siglata il 19 dicembre 1984 e registrata come un trattato dall’Onu, e all’adozione della Basic Law. Quest’ultima è una legge nazionale della Cina che funge da costituzione de facto per Hong Kong e che fu adottata in seguito alla cessione della sovranità dell’isola da Londra a Pechino, avvenuta formalmente il primo luglio 1997.

Parlando della popolazione di Hong Kong, il segretario di Stato americano ha dichiarato che per decenni gli abitanti dell’isola hanno dimostrato il proprio desiderio, nonché la capacità, di indire elezioni libere ed eque. Per tale ragione, gli Stati Uniti hanno invitato le autorità di Hong Kong a riconsiderare la decisione presa il 31 luglio, e a indire elezioni in una data quanto più vicina possibile al 6 settembre. Se ciò non avverrà, a detta di Pompeo, l’isola diventerà solamente “l’ennesima città a gestione comunista della Cina”.

Gli USA, già dal 14 luglio scorso, con l’Hong Kong Autonomy Act avevano deciso di rivedere in toto lo status speciale accordato fino a quel momento all’isola e di trattarla come la Cina continentale, sostenendo che la sua autonomia e le sue libertà siano state distrutte dalla legge sulla sicurezza nazionale imposta dal governo di Pechino, il 30 giugno precedente.

Oltre a Pompeo, gli stessi membri dell’opposizione di Hong Kong hanno condannato la posticipazione delle elezioni, ritenendola una mossa politica volta ad osteggiare l’avanzamento delle forze del fronte pro-democrazia locale, anziché una scelta a tutela della salute dei cittadini. L’esecutivo dell’isola ha addotto come motivazione della propria scelta la responsabilità nei confronti della sicurezza e della salute dei cittadini, vista la diffusione del coronavirus sull’isola.

La posticipazione delle elezioni potrebbe assestare un duro colpo ai partiti pro-democrazia che hanno deciso di fare fronte comune e presentare un cerchio ristretto di candidati, individuati durante le primarie ufficiose organizzate gli scorsi 11 e 12 luglio scorsi. Alle primarie, hanno partecipato oltre 610.000 persone, superando le aspettative degli organizzatori che speravano in almeno 170.000 presenze, ossia il 10% del loro elettorato. Alle elezioni locali dello scorso 24 novembre, il fronte pro-democrazia aveva ottenuto 1,7 milioni di voti dei 2,94 milioni di votanti, garantendosi 278 dei 344 seggi nel consiglio distrettuale.

Carrie Lam ha annunciato il rinvio delle elezioni del Consiglio Legislativo di Hong Kong dopo che la Commissione per gli Affari elettorali del governo e i presidenti di seggio da essa nominati hanno invalidato la candidatura di 12 esponenti del fronte pro-democrazia, tra i quali figurava anche l’attivista Joshua Wong, alle prossime elezioni, il 30 luglio. In tale occasione, l’esecutivo di Lam aveva specificato che l’esclusione dei candidati era avvenuta nel rispetto della Basic Law e che non si è trattato di censura politica, restrizione della libertà di parola o dei diritti di candidarsi. Negli ultimi quattro anni, le autorità dell’isola hanno impedito a 18 rappresentanti democratici di candidarsi alle elezioni locali e, nel 2016, altri sei esponenti del movimento non hanno potuto presentarsi a quelle per il Consiglio legislativo.

Prima di Pompeo, la reazione più vocale alla posticipazione delle elezioni è arrivata dalla Germania, che ha da subito deciso di sospendere il trattato di estradizione con Hong Kong per i timori suscitati dalla nuova legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino sull’isola. Oltre a criticare la posticipazione delle elezioni, Berlino  ha anche voluto rispondere al governo di Lam che, sempre il 31 luglio, aveva emesso un ordine d’arresto per 6 persone che vivono all’estero, di cui uno in Germania, per aver infranto la nuova legge sulla sicurezza nazionale.

La “Legge della regione amministrativa speciale di Hong Kong della Repubblica Popolare Cinese per la salvaguardia della sicurezza nazionale” è stata fatta rientrare nell’Allegato III della Basic Law ed è entrata in vigore dalla mezzanotte del primo luglio scorso. Con essa sono stati proibiti movimenti secessionisti e sovversivi, interferenze straniere e azioni di terrorismo sull’isola, rendendoli atti criminali. Oltre a questo, è stata istituita la Commissione di Salvaguardia della Sicurezza Nazionale, che prevede l’impiego sull’isola di forze dell’ordine rispondenti al governo centrale di Pechino. Per molti, la legge lederebbe l’autonomia e le libertà di Hong Kong, restando volutamente vaga e lasciando ampi margini per la casistica di applicazione.

Hong Kong fa ufficialmente parte della Cina dal primo luglio 1997, quando fu ultimato il passaggio della sua sovranità dal Regno Unito al governo di Pechino, secondo una serie di condizioni stabilite nella Dichiarazione congiunta sino-inglese. In base a tale documento, le relazioni di Hong Kong con il governo centrale sono state regolate dal modello “un Paese, due sistemi”, volto a garantire un certo grado di indipendenza all’isola, che negli anni si era sviluppata su un modello economico, politico e sociale inglese e capitalista, molto distante dal modello del socialismo con caratteristiche cinesi. Tale principio e modalità di gestione sarebbe dovuto restare in vigore fino al 2047 ma per molti la legge sulla sicurezza nazionale lo avrebbe eroso.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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