La strategia cinese per lo sviluppo in Africa: il caso dell’Etiopia

Pubblicato il 2 agosto 2020 alle 7:01 in Cina Etiopia

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La Cina ha lanciato un piano per lo sviluppo del continente africano che si fonda sugli investimenti in infrastrutture. In alcuni Paesi, come l’Etiopia, questa strategia sta mostrando i suoi limiti. 

Pechino ha lanciato ingenti investimenti nel continente africano, per realizzare la cosiddetta Belt and Road Initiative, nota anche come Nuova Via della Seta. L’ambizioso progetto, lanciato da Xi Jing Ping nel 2013, è finalizzato a sviluppare nuovi collegamenti per il trasporto e il commercio tra Asia, Medio Oriente, Africa e Sud dell’Europa, seguendo le antiche rotte della Via della Seta. In Africa, l’iniziativa è stata implementata tramite grossi investimenti in infrastrutture da parte di Pechino. Secondo numerosi analisti, la Cina ha avviato questi progetti con uno specifico piano in mente. Secondo quanto riferisce il quotidiano The Diplomat, la strategia cinese in Africa si basa sulla teoria del moltiplicatore keynesiano, secondo cui qualsiasi aumento della domanda di beni e servizi comporterebbe un aumento più che proporzionale del PIL. In altre parole, qualsiasi investimento in infrastrutture indurrebbe una crescita, indipendentemente dalla sua reale redditività economica e sociale.

Tramite questa teoria è possibile spiegare perché la Cina è stata in grado di mantenere una crescita molto elevate negli ultimi 15 anni. Indipendentemente dal fatto che gli investimenti in infrastrutture siano poi effettivamente fonte di profitto, in Cina o all’estero, il risultato è lo stesso, poichè questo tipo di intervento incide in maniera importante sul PIL di un Paese. Pertanto, finanziando gli investimenti in infrastrutture africane, la Cina sta inducendo un aumento della domanda di beni e servizi che produce un aumento del prodotto interno lordo dei Paesi. Inoltre, Pechino condiziona la concessione di un prestito all’accettazione di una condizione: l’approvvigionamento quasi esclusivo di beni e servizi prodotti dalla Cina. Va ricordato che questa pratica è normalmente vietata ai membri dell’OCSE, che però non include la Cina. 

La strategia cinese è stata avviata in Africa nel 2008, anche grazie al supporto della Banca Mondiale e del suo ex capo economista, Lin Yifu. Alla fine del suo mandato, Yifu ha concentrato il suo lavoro nel proprio think thank, che sostiene lo sviluppo delle società cinesi in Africa. Tuttavia, meno di 10 anni dopo l’avvio di questo piano infrastrutturale, alcuni Paesi stanno già soffrendo delle conseguenze della strategia cinese. Un esempio è l’Etiopia. Negli ultimi 10 anni, dal 2000 al 2019, il tasso di crescita medio annuo del PIL etiope è stato di circa il 6%. Questa notevole crescita è stata accompagnata da un altrettanto notevole aumento delle importazioni, in gran parte a sostegno degli investimenti nelle infrastrutture. Tuttavia, nello stesso periodo, la crescita delle esportazioni, quella delle riserve in valuta estera o persino degli investimenti esteri non sono state sufficienti a colmare un crescente divario finanziario. Le importazioni continuano ad essere sproporzionate rispetto alle importazioni e alla ricchezza interna al Paese. Allo stesso tempo, il debito estero sta aumentando vertiginosamente e quasi la metà sarà destinato alla sola Cina nel 2019. Di conseguenza, nel 2017 l’Etiopia è stata costretta a svalutare la sua moneta, il birr, del 15%.

Sia il primo piano di crescita e trasformazione, lanciato dal 2009 al 2015, sia il secondo, implementato dal 2015 al 2020, si basavano sull’idea che gli investimenti nelle infrastrutture, in particolare tramite la linea ferroviaria Addis Abeba-Gibuti, avrebbero attirato investitori stranieri e sarebbero state istituite “zone economiche speciali” in cui produrre beni, a supporto dell’esportazione. In questo modo, la costruzione dell’infrastruttura sarebbe stata redditizia e avrebbe spinto la crescita generale del Paese. Tuttavia, i tempi estremamente lunghi di costruzione hanno causato un allungamento del prestito che l’Etiopia ha chiesto alla Cina, inizialmente previsto per 15 anni, poi riprogrammato a 30 anni. Inoltre, il settore che doveva essere stimolato e attrarre investitori, quello calzaturiero, non è cresciuto. Zhang Huarong, un produttore di scarpe, ha fondato la Huajian International Shoe City (Etiopia) a novembre del 2011, attratto dai salari bassi, un decimo di quelli pagati in Cina, e dalla buona qualità delle pelli disponibili. 

Tuttavia, nel 2020, per Huajian e gli altri calzolai, le speranze sembrano essere state in parte deluse. La domanda è aumentata, ma la qualità delle pelli è diminuite, sono scoppiati scioperi e alcuni dei clienti occidentali più rinomati della Huajian hanno deciso di cambiare fornitore. Inoltre, la linea ferroviaria tra Addis Abeba e il porto di Gibuti – attraverso la quale dovevano passare le esportazioni – è a malapena operativa a causa della mancanza di elettricità. Nonostante questi problemi, le esportazioni sono triplicate dall’arrivo della Huajian. Tuttavia, nel 2018 l’export del settore calzature ha rappresentato poco più dell’1% delle esportazioni etiopi totali. Il loro impatto economico è quindi minimo e non riescono ad ammortizzare gli investimenti in infrastrutture.

Molto più impressionante al contrario, è il vertiginoso aumento delle importazioni di calzature, quasi il 90% delle quali sono cinesi. Si tratta del quadruplo dell’ammontare delle esportazioni nel 2018. Mentre i produttori di scarpe cinesi hanno aperto un negozio in Etiopia, dove hanno difficoltà a esportare la loro produzione, nessuno di loro sembra pensare alla produzione di scarpe per il mercato locale. Nemmeno il governo etiope, che avrebbe dovuto considerare questa opportunità, per tentare di attuare una strategia di sostituzione delle importazioni. 

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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