Siria: continua la presenza di Washington nei giacimenti petroliferi siriani

Pubblicato il 1 agosto 2020 alle 7:30 in Siria USA e Canada

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Le Syrian Democratic Forces (SDF) hanno firmato un accordo con una compagnia petrolifera statunitense per operazioni di modernizzazione nei giacimenti petroliferi già esistenti situati nel Nord-Est della Siria.

In particolare, l’accordo è stato siglato il 30 luglio dal comandante in capo delle SDF, Mazloum Abdi, meglio conosciuto con il nome di guerra di Mazloum Kobani Abdi. La notizia è stata rivelata dalla senatrice repubblicana, Lindsay Graham, nel corso di una riunione del Comitato per le relazioni estere, alla presenza del Segretario di Stato USA, Mike Pompeo. La senatrice ha dichiarato di essere stata informata dallo stesso Mazloum, il quale le ha poi chiesto di riferire i dettagli al capo della Casa Bianca, Donald Trump.

Secondo quanto riportato da al-Monitor, la compagnia coinvolta nell’accordo è la Delta Crescent Energy LLC, una società che risponde alle norme dello stato del Delaware. Tuttavia, non sono stati forniti ulteriori dettagli circa i termini dell’affare, ma alcune fonti hanno riferito che le trattative, in realtà, erano già in corso da tempo, e che la Delta Crescent Energy ha ricevuto una licenza OFAC, il che significa che è stata autorizzata dall’ufficio del Dipartimento del tesoro USA per il controllo delle risorse all’estero. Inoltre, Washington ha concesso precedentemente anche la fornitura di due raffinerie modulari, le quali, però, riescono a soddisfare solo il 20% delle esigenze di raffinazione. Non da ultimo, la consegna delle raffinerie è stata ostacolata da problemi logistici legati alla pandemia di COVID-19.

Il petrolio rappresenta una delle principali fonti di guadagno della regione siriana autonoma controllata dalle Syrian Democratic Forces. Queste ultime sono un’alleanza multi-etnica e multi-religiosa, composta da curdi, arabi, turkmeni, armeni e ceceni. Il braccio armato principale, nonché forza preponderante, è rappresentato dalle Unità di Protezione Popolare curde (YPG). Fin dalla loro formazione, il 10 ottobre 2015, le SDF hanno svolto un ruolo fondamentale nella lotta contro lo Stato Islamico in Siria, contribuendo alla progressiva liberazione delle roccaforti occupate dai jihadisti. Le loro operazioni sono state perlopiù sostenute dagli Stati Uniti, che forniscono armi e copertura aerea. Tuttavia, nell’ottobre 2019, Washington ha annunciato che avrebbe ritirato gran parte delle proprie truppe dal Nord-Ovest della Siria, pur lasciandone un “piccolo numero” per proteggere proprio i giacimenti petroliferi.

Le SDF controllano buona parte delle ricchezze petrolifere siriane, concentrate soprattutto dentro e fuori il giacimento di Rmelain, situato nei pressi dei confini turco e iracheno, e nel giacimento di Al-Omar, posto più a Sud. Prima dello scoppio del conflitto siriano, il cui inizio risale al 15 marzo 2011, la produzione petrolifera della Siria ammontava a circa 380.000 barili di greggio al giorno. Ora, secondo quanto riportato da al-Monitor, il Paese non produce più di 60.000 barili quotidianamente, prodotti in raffinerie di fortuna e successivamente trasportati in oleodotti guasti, le cui perdite causano inquinamento ambientale.

A detta di un’organizzazione no profit siriana, Enab Baldi, le forze americane controllano i giacimenti di petrolio e gas della Siria orientale ritenuti più rilevanti. Tra questi, al-Omar, il maggiore in Siria in termini di superficie e capacità produttive. Un altro è quello di al-Tank, classificato come secondo, e situato nella periferia Est di Deir Ezzor. Qui si trova anche il giacimento di gas di Kuniku, sede del maggiore impianto di trattamento del gas, altresì impiegato per la produzione di energia elettrica.

Il petrolio siriano rappresenta un “argomento radioattivo”, viste le accuse rivolte da Damasco verso Washington di furto delle risorse petrolifere siriane, dopo che Trump ha annunciato la permanenza di 500 soldati delle Forze speciali nella regione controllata dai gruppi curdi. Tuttavia, gli Stati Uniti hanno spesso chiuso un occhio sul traffico di petrolio tra i curdi e il governo siriano. Inoltre, una buona quantità di petrolio viene venduta a prezzi ridotti anche al Kurdistan iracheno.

In tale quadro si colloca poi la Turchia, contraria alla presenza dei gruppi curdi nell’area al confine siro-turco, considerandoli “terroristi”, visti altresì i legami con il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, anch’esso classificato come terroristico. Per tale ragione, dal 2016, Ankara ha condotto quattro operazioni nel Nord della Siria, e l’ultima è “Fonte di pace”, lanciata il 9 ottobre 2019, un giorno dopo il ritiro delle truppe statunitensi dal Nord-Est della Siria. In tale occasione, l’obiettivo è stato rappresentato proprio dalle SDF.

Tuttavia, circa l’accordo annunciato il 30 luglio, alcune fonti hanno riferito che la Turchia sarebbe stata informata, ma che non ha reagito negativamente. Parallelamente, anche la Russia, attiva nel conflitto civile a fianco del presidente siriano, Bashar al-Assad, era stata informata e non aveva espresso alcuna opinione. Mosca, in realtà, ha più volte chiesto il ritiro delle forze statunitensi e il ritorno dei pozzi petroliferi sotto il controllo del regime, accusando Washington di aver rubato petrolio siriano. Tuttavia, hanno chiarito le fonti, vi sono dei giacimenti che non sono stati inclusi nel patto, per far sì che anche il popolo siriano al di fuori delle aree curde possa trarre beneficio dalle risorse petrolifere del Paese.

 


Leggi Sicurezza Internazionale, il solo quotidiano in Italia interamente dedicato alla politica internazionale

Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.