ONU: gli USA non dovrebbero interferire nella nomina dell’inviato speciale in Libia

Pubblicato il 1 agosto 2020 alle 7:10 in Libia USA e Canada

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

L’ambasciatore tedesco all’ONU, Christoph Heusgen, ha dichiarato che gli Stati Uniti non dovrebbero impedire ad Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, di nominare un nuovo inviato in Libia in sostituzione di Ghassan Salame, che ha lasciato l’incarico quasi 5 mesi fa. Quest’ultimo, che ha guidato per circa 3 anni la missione di sostegno dell’ONU nel Paese nordafricano (UNSMIL), con il compito di mediare la pace, si è ritirato, il 2 marzo scorso, a causa dello stress procurato proprio dagli sforzi di pacificazione del conflitto libico.

Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno affermato che sarebbe più indicato dividere il ruolo del diplomatico ONU in Libia, individuando due figure, una che gestisca la missione e un’altra che si concentri esclusivamente sui negoziati e sulla mediazione della pace.

“Sono state poste domande dai nostri partner statunitensi in merito alla struttura dell’UNSMIL. Noi crediamo che, sì, si può discuterne, ma gli Stati Uniti non dovrebbero impedire al segretario generale di nominare un successore di Ghassan Salame “, ha chiarito Heusgen ai giornalisti. Secondo fonti diplomatiche, alcuni dei 15 membri del Consglio di Sicurezza, che votano questo tipo di cariche per consenso, non sono favorevoli alla proposta statunitense di dividere il ruolo dell’inviato ONU in Libia.

Guterres ha suggerito, in sostituzione di Salame, l’ex ministra degli Esteri del Ghana e attuale inviata delle Nazioni Unite nell’Unione Africana, Hanna Tetteh. Washington, da parte sua, ha affermato che sosterrà la nomina del candidato dopo che il segretario generale dell’ONU nominerà anche un mediatore speciale. Gli Stati Uniti avevano proposto l’ex primo ministro danese, Helle Thorning-Schmidt, per la carica di inviato, ma i diplomatici hanno dichiarato che la donna si sarebbe ritirata e che gli Stati Uniti starebbero ora cercando un nuovo candidato.

Salame ha rappresentato il sesto inviato Onu della Missione UNSMIL, nonché il secondo di origine libanese, a non essere riuscito a portare la pace in Libia. L’uomo aveva ricevuto l’incarico il 16 giugno 2017, succedendo al tedesco Martin Kobler. Secondo quanto specificato dallo stesso Salame, dopo circa tre anni dall’assunzione del mandato, le sue condizioni di salute non gli hanno più consentito di continuare a far fronte al forte stress posto dalla missione stessa, viste le difficoltà riscontrate nel raggiungere la pace e la stabilità nel Paese nordafricano e nel dialogare con le diverse parti in conflitto. Tuttavia, l’inviato si è detto speranzoso ed ha evidenziato come nel corso degli ultimi due anni siano stati comunque raggiunti dei risultati. In particolare, si è riusciti a far incontrare le parti libiche, a salvaguardare l’unità del Paese e a frenare le ingerenze esterne. Non da ultimo, è stata organizzata la cosiddetta conferenza di Berlino, il 19 gennaio scorso, da cui sono emersi i tre percorsi da intraprendere per ripristinare la pace e la stabilità in Libia, ovvero quello militare, politico ed economico, attraverso la risoluzione 2510.

La critica dell’ambasciatore tedesco Heusgen, nei confronti dell’interferenza statunitense nella nomina del nuovo inviato libico, si inserisce in una recente disputa tra Washington e Berlino sul collocamento delle truppe americane in Europa e sulle spese militari dei membri NATO. Il 30 luglio, il segretario alla Difesa statunitense, Mark Esper, ha annunciato che ritirerà circa 12.000 militari dalla Germania, di cui 6.400 verranno rimpatriati e 5.600 trasferiti in altri Paesi membri dell’Alleanza atlantica, tra cui Italia e Belgio. Per quanto riguarda la decisione di ridurre la presenza del personale militare statunitense in Germania, Esper ha sottolineato che l’azione fa parte di un piano più ampio volto a riposizionare a livello globale le forze militari di Washington, per affrontare meglio le minacce provenienti dalla Russia e dalla Cina. Il ministro della Difesa tedesco, Annegret Kramp-Karrenbauer, ha descritto il ritiro dei 12.000 soldati statunitensi dal suo Paese come un gesto “deplorevole”, suggerendo la necessità che l’Europa faccia di più per proteggere la propria sicurezza. L’annuncio di Esper, tuttavia, è anche in linea con il desiderio di Trump di ritirare le truppe dalla Germania per via dell’insoddisfacente spesa militare di Berlino. Il presidente ha dichiarato che il Paese “non ha pagato la sua parte dei costi di Difesa della NATO”. “La Germania è sconsiderata, la sua spesa è all’1%, non al 2%”, ha dichiarato il 29 febbraio ai giornalisti fuori dalla Casa Bianca. “Hanno approfittato di noi per molti anni”, ha aggiunto in tale occasione.

Per quanto riguarda la Libia, questa vive una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data di inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito ad effettuare una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato vi è il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, e guidato dal premier Fayez al-Sarraj, il quale rappresenta l’unico esecutivo riconosciuto dall’Onu. I suoi principali sostenitori sono la Turchia, l’Italia e il Qatar. Dall’altro lato vi è il governo di Tobruk del generale Khalifa Haftar, appoggiato da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. Anche la Giordania è considerata tra i principali esportatori di armi per l’LNA.

Leggi Sicurezza Internazionale, il solo quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Chiara Gentili

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.