Siria, Nord-Est: il quarto attentato in una settimana provoca almeno 6 morti

Pubblicato il 31 luglio 2020 alle 12:04 in Siria Turchia

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Sei persone sono state uccise e più di 15 sono rimaste ferite, il 30 luglio, a seguito dell’esplosione di un’autobomba nei pressi della città di Ras al-Ain, nella Siria Nord-orientale.

In particolare, secondo quanto riportato dal quotidiano al-Araby al-Jadeed, l’episodio si è verificato nei pressi della municipalità di Tal Hataf, nella periferia di Hasakah, un’area, situata al confine siro- turco, controllata dall’Esercito Siriano Libero (ESL). Quest’ultimo è considerato uno dei più importanti gruppi di opposizione armata attivo in Siria, impegnato nel conflitto per contrastare le forze del presidente siriano, Bashar al-Assad. Tale Esercito riceve il sostegno della Turchia.

L’attentato del 30 luglio si è verificato in un momento in cui la popolazione locale si apprestava a festeggiare la festività musulmana dell’Eid al-Adha, affollando, pertanto, le strade della città per fare visita ad amici e parenti. Una fonte militare dell’ESL ha riferito che l’autobomba è esplosa nelle vicinanze di un posto di blocco della polizia civile. I sei corpi, carbonizzati, sono stati trasportati in ospedale, mentre tra i feriti vi sono stati altresì civili. Tuttavia, ha specificato la fonte, il bilancio dei decessi potrebbe aumentare, visto che alcuni dei feriti versano in gravi condizioni, ed è probabile che vengano trovati ulteriori corpi scomparsi sotto le macerie.

Come evidenziato da al-Araby al-Jadeed, l’episodio è il quarto di tal tipo in circa una settimana. Uno degli ultimi attacchi più violenti si è verificato nella medesima area il 26 luglio, quando una moto carica di esplosivi, posta nei pressi di un mercato ortofrutticolo di Ras al-Ain, è stata fatta esplodere, causando la morte di circa 9 civili e il ferimento di altri 19. In totale, il bilancio degli ultimi giorni comprende almeno 15 civili morti e più di 30 feriti.

Stando a quanto riportato dall’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani (SOHR), è da settimane che i villaggi e le città posti sotto il controllo di gruppi armati sostenuti da Ankara stanno assistendo ad una fase di instabilità, causata principalmente dalle tensioni tra gruppi “terroristici”, con riferimento al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), e i ribelli filo-turchi, i quali mirano entrambi ad assumere il controllo della Siria Nord-orientale e ad ampliare la propria sfera di influenza.

Il PKK è un’organizzazione paramilitare, sostenuta delle masse popolari del Sud-Est della Turchia di etnia curda, ma attiva anche nel Kurdistan iracheno. Per Ankara, l’Unione Europea e per gli Stati Uniti, tale Partito è da considerarsi un’organizzazione terroristica. Per tale ragione, il Ministero della Difesa turco ha accusato le milizie curde ed il Partito dei Lavoratori del Kurdistan di essere responsabili per tali attentati.

Parallelamente, al-Araby al-Jadeed ha sottolineato che le aree oggetto di tensione sono altresì controllate dalle Syrian Democratic Forces (SDF), anch’esse un’alleanza di milizie curde, arabe e assiro-siriache costituitasi durante la guerra civile siriana. Da un lato, i gruppi di opposizione filo-turchi accusano le SDF di essere responsabili per le perduranti tensioni, mentre, dall’altro lato, le milizie curde puntano il dito contro lo Stato Islamico.

La Turchia, dal 2016, ha condotto quattro operazioni nel Nord della Siria, con il fine di evitare la formazione di un corridoio verso il confine turco usufruibile dai “terroristi” curdi e di stabilire la pace nella regione. Tra queste, vi è l’operazione “Fonte di pace”, lanciata il 9 ottobre 2019, un giorno dopo il ritiro delle truppe statunitensi dal Nord-Est della Siria. In tale occasione, l’obiettivo è stato rappresentato dalle Syrian Democratic Forces, guidate dalle Unità di Protezione Popolare, considerate il principale alleato degli Stati Uniti nella lotta contro l’ISIS in Siria. Grazie a tale collaborazione, negli ultimi anni, le SDF sono riuscite ad ampliare il proprio controllo nelle zone settentrionali ed orientali della Siria, fino ad occupare una vasta area che si estende per 480 km dal fiume Eufrate al confine con l’Iraq. Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, si oppone fortemente all’ipotesi che queste possano controllare un territorio così vasto al confine con la Turchia.

“Fonte di pace” si è conclusa il 22 ottobre 2019. In realtà, a seguito di una settimana di combattimenti e numerose vittime, gli Stati Uniti avevano finalizzato un accordo con la Turchia per un cessate il fuoco temporaneo già il 17 ottobre 2019. Tuttavia, i combattimenti sono continuati anche successivamente in alcune città, fino a quando, il 22 ottobre 2019, Erdogan ed il suo omologo russo, Vladimir Putin, hanno raggiunto un’intesa a Sochi, nel Sud della Russia. Le due parti hanno concordato sulla necessità di respingere le forze curde dalla “safe zone” al confine tra Siria e Turchia, per una distanza pari a circa 30 km.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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