L’UE firma una lettera di protesta contro i piani di insediamento israeliani

Pubblicato il 31 luglio 2020 alle 13:15 in Europa Israele

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

L’Unione Europea e 15 Paesi del blocco hanno rinnovato la loro opposizione ai piani israeliani di proseguire con la costruzione di nuove unità abitative, ritenute “illecite”, nella parte Est di Gerusalemme. Gli Stati hanno espresso, in una lettera di protesta presentata al Ministero degli Esteri di Tel Aviv, giovedì 30 luglio, la loro “seria preoccupazione in merito all’avanzamento del piano di insediamento israeliano a Givat Hamatos e, potenzialmente, nell’area E1”.

Si tratta della seconda manifestazione di dissenso sulla questione presentata da parte dell’Unione Europea quest’anno. “Gli insediamenti sono illegali ai sensi del diritto internazionale umanitario. Qualsiasi ulteriore costruzione di unità abitative in questa area strategicamente sensibile avrà un impatto devastante sul territorio palestinese contiguo e minerà gravemente la possibilità di una soluzione a due Stati negoziata in linea con i parametri concordati a livello internazionale”, si legge nel comunicato europeo. I 15 Paesi che hanno firmato il documento sono Francia, Germania, Italia, Spagna, Gran Bretagna, Belgio, Danimarca, Finlandia, Irlanda, Paesi Bassi, Norvegia, Polonia, Portogallo, Slovenia e Svezia.

Molti sostenitori di una soluzione a due Stati affermano che lo sviluppo israeliano nell’area E1, situata tra Gerusalemme Est e Ma’ale Adumim, e nel quartiere di Givat Hamatos, sempre a Gerusalemme Est, potrebbe minacciare la contiguità territoriale di un futuro Stato palestinese.

Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, da prima delle elezioni generali del 2 marzo, ha spinto per procedere al più presto con i piani di costruzione di nuove unità abitative nelle due aree indicate, nonostante l’opposizione della comunità internazionale. Nello specifico, lo scorso 20 febbraio, il premier aveva promesso la costruzione di circa 5.000 nuovi alloggi, di cui 2.200 nell’insediamento di Har Homa e 3.000 nell’insediamento di Ghivat ha-Matos, a Gerusalemme Est, in grado di ospitare nel complesso 10.000 persone. Sul totale delle abitazioni, circa 3.000 sarebbero esclusivamente destinate alla popolazione ebraica. Secondo stime approssimative, le 5.000 nuove unità abitative costituirebbero una città israeliana di medie dimensioni. L’obiettivo finale, in base alle varie dichiarazioni di Netanyahu, sarebbe quello di unire le aree divise in una Gerusalemme unificata.

Insieme ai piani di insediamento, Netanyahu ha anche promesso di portare avanti l’annessione a Israele di alcuni territori della Cisgiordania, come altresì previsto dal piano di pace del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Anche questa mossa, così come quella degli insediamenti, ha incontrato la forte opposizione dell’Unione e di molti Stati europei. Tra i territori da annettere ci sarebbero, tra gli altri, la Valle del Giordano e l’area del Mar Morto settentrionale, pari a circa il 30% della regione. Secondo quanto affermato nel corso degli ultimi mesi, le prime mosse a riguardo sarebbero dovute partire il primo luglio. Tuttavia, continuano ad essere numerose le voci di dissenso a livello internazionale e, di recente, alcuni dubbi sono stati avanzati anche dagli Stati Uniti, i qualiavrebbero chiesto al proprio alleato di soddisfare prima alcune condizioni. Tra queste, la possibilità per i palestinesi di avviare progetti di costruzione presso le aree B e C della Cisgiordania, in grado di ospitare circa mille unità abitative, l’annullamento delle disposizioni che prevedono l’abbattimento di abitazioni abusive palestinesi, e la conversione dell’area C in area B. In base agli accordi di Oslo del 1993, il territorio della Cisgiordania è diviso in tre aree amministrative, rispettivamente A, B e C. La prima rappresenta il 18% del territorio ed è sotto il controllo dell’Autorità Palestinese. La seconda equivale al 22% della Cisgiordania ed è amministrata congiuntamente da Israele e Palestina. La terza, corrispondente al 61% del territorio, è controllata da Israele.

Tra la fine di giugno e linizio di luglio, vi sono stati diversi incontri tra la delegazione USA e quella israeliana per discutere del piano di annessione. A detta delle fonti di Tel Aviv, le parti avrebbero concordato una riduzione della percentuale dei territori da annettere, passando dal 30 al 15%. Il fine sarebbe preservare la stabilità politica israeliana ed evitare che si incorra in nuove elezioni. Israele è stato altresì esortato ad accettare il cosiddetto “accordo del secolo”, ovvero il piano presentato da Trump, il 28 gennaio scorso, per porre fine al conflitto israelo-palestinese. Tale progetto, se effettivamente attuato, potrebbe garantire a Israele il controllo di una Gerusalemme unificata, riconosciuta come capitale, oltre a preservare gli insediamenti israeliani negli attuali Territori Palestinesi, che includono la Cisgiordania e Gaza. Parallelamente, verrebbe creato uno Stato palestinese, esteso tra la Striscia di Gaza e il 70% della Cisgiordania. Si tratterebbe, in realtà di un’entità parastatale, senza un proprio esercito, obbligata a rispettare criteri di sicurezza, sottoposti al controllo israeliano, tra cui la rinuncia alla violenza.

Leggi Sicurezza Internazionale, il solo quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Chiara Gentili

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.