Iraq: missili precipitano a Baghdad, mentre il governo agisce a favore dei manifestanti

Pubblicato il 31 luglio 2020 alle 9:44 in Iraq Medio Oriente

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Due missili hanno colpito i pressi dell’aeroporto internazionale di Baghdad, nella sera del 30 luglio, senza provocare “perdite significative”. Nel frattempo, il Ministero dell’Interno ha riconosciuto la responsabilità delle forze irachene per l’uccisione di manifestanti nel corso delle proteste.

A detta di fonti di sicurezza irachene, i missili lanciati contro la capitale, di tipo Katyusha, provenivano da due località distinte della regione di Radwaniyah, non distante dall’aeroporto internazionale. Al momento, l’attacco non è stato rivendicato, ma è stato evidenziato che il luogo colpito ospita altresì truppe statunitensi. Non da ultimo, proprio l’aeroporto di Baghdad è stato l’obiettivo del raid ordinato il 3 gennaio scorso dal presidente degli USA, Donald Trump, che ha provocato l’uccisione del generale a capo della Quds Force, Qassem Soleimani, e del vice comandante delle Forze di Mobilitazione Popolare, Abu Mahdi al-Muhandis. Pertanto, anche l’episodio del 30 luglio è da inserirsi nel quadro delle tensioni tra Washington e i gruppi filo-iraniani attivi in Iraq, tra cui le cosiddette Brigate di Hezbollah, ritenute responsabili degli oltre 30 attacchi contro basi e strutture USA.

Tali tensioni hanno fatto temere, soprattutto nei primi mesi del 2020, una possibile escalation tra gli USA e l’Iran, a danno della sovranità irachena. Ciò ha spinto il primo ministro, Mustafa al-Kadhimi, ad intraprendere colloqui con i due Paesi, con il fine ultimo di scongiurare ulteriori minacce. A tal proposito, l’11 giugno scorso, Washington e Baghdad hanno tenuto il primo round di colloqui del cosiddetto “dialogo strategico”, al termine del quale la delegazione statunitense ha riferito che il proprio Paese si impegna a ritirare un maggior numero di truppe dall’Iraq, sebbene siano già sette le basi ed i siti abbandonati.

Al-Kadhimi, sin dalla sua nomina, avvenuta il 6 maggio, si è impegnato altresì a livello interno, con il fine di rispondere alle richieste della popolazione scesa in piazza dal primo ottobre 2019. L’ondata di proteste si era placata dal 17 marzo, a causa del diffondersi della pandemia di Covid-19 ed i rischi a questa connessa, ma il malcontento popolare ha continuato a manifestarsi in sporadici episodi sin dal 10 maggio. In tale quadro, l’ultima settimana ha assistito ad una nuova mobilitazione, provocata, questa volta, non solo dalla perdurante corruzione all’interno della classe politica, ma altresì dai continui blackout elettrici.

Gli episodi più violenti si sono verificati tra il 26 ed il 27 luglio, sia a Baghdad, dove sono 2 i cittadini rimasti uccisi, sia in altre città meridionali, tra cui Najaf. In una mossa ritenuta “senza precedenti”, nella sera del 30 luglio, il Ministero dell’Interno iracheno ha riferito che le forze di sicurezza irachene sono da ritenersi responsabili per le 4 vittime e gli oltre 60 feriti provocati nell’ultima settimana, a seguito degli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, accusate anche in precedenza di aver impiegato gas lacrimogeni e proiettili vivi per reprimere le proteste.

Stando alla dichiarazione del 30 luglio del ministro dell’Interno, Othamn al-Ghanimi, sono 3 i membri della sicurezza accusati di aver impiegato fucili da caccia. Tale affermazione ha preso avvio dalle indagini, promosse dal premier al-Kadhimi, e svolte in collaborazione con il dipartimento di Medicina legale. In particolare, il primo ministro aveva concesso 72 ore per consegnare i risultati dell’inchiesta sulla morte dei due manifestanti a Baghdad, affermando che “Ogni pallottola diretta ai giovani e al popolo iracheno è una pallottola diretta alla dignità e ai principi dell’Iraq”. I 3 imputati, ha riferito al-Ghanimi, sono in stato di fermo, mentre il governo ha deciso di formare una commissione investigativa, volta a condurre indagini sugli ultimi episodi di violenza. Parallelamente, la popolazione irachena è stata esortata a preservare il carattere pacifico delle manifestazioni.

La dichiarazione di al-Ghanimi è la prima nel suo genere, ovvero, è la prima volta che il governo iracheno accusa le forze di sicurezza del proprio Paese di aver ucciso manifestanti. Tuttavia, come evidenziato da alcuni critici e attivisti, al momento, sono soltanto tre gli indagati sotto accusa e non sono stati ancora coinvolti i funzionari responsabili per aver ordinato e dato direttive per quelle che si sono rivelate vere e proprie repressioni. Non da ultimo, gli episodi dei mesi scorsi sono rimasti impuniti.

Il 23 maggio scorso, l’Ufficio per i diritti umani della Missione dell’Onu in Iraq (UNAMI) ha pubblicato un report in cui sono stati documentati 99 casi di sequestro e sparizione, riguardanti 123 vittime, 25 delle quali tuttora disperse, connessi ai movimenti di protesta e repressione. Stando a quanto riferito, ad oggi nessuno dei responsabili è stato ancora processato o arrestato. Il rapporto dell’ufficio Onu ha altresì riferito che, oltre ai 99 rapimenti, alle circa 500 persone uccise e a quasi 8.000 feriti, vi sono stati cittadini uccisi da gruppi armati non identificati, lontano dalle arene di protesta, o che sono stati feriti nel corso del periodo di rapimento e detenzione da parte dei medesimi autori. Secondo alcuni agenti e politici iracheni, i manifestanti potrebbero essere stati attaccati da gruppi filo-iraniani, mentre per altri membri del governo potrebbe essersi trattato di bande criminali, sebbene tale ultima ipotesi sia stata scartata dall’Onu, vista l’assenza di riscatti o altri moventi di natura criminale.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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