Lo Yemen all’indomani dell’accordo tra governo e secessionisti del Sud

Pubblicato il 30 luglio 2020 alle 11:39 in Medio Oriente Yemen

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Dopo che i gruppi separatisti del Sud dello Yemen, rappresentati dal Consiglio di Transizione Meridionale (STC), si sono detti disposti a rinunciare alla propria autonomia, le regioni “liberate” sono tornate sotto il controllo del governo centrale. Parallelamente, gli Houthi hanno riferito della diserzione di alcuni soldati yemeniti, i quali si sono uniti alle proprie milizie.

Il 29 luglio, attraverso il portavoce ufficiale del STC, Nizar Haitham, i gruppi separatisti del Sud si sono detti pronti a porre fine alle tensioni nei territori meridionali e ad unirsi agli sforzi profusi dalla coalizione a guida saudita per contrastare i ribelli sciiti Houthi, oltre che ad aderire all’accordo di Riad, siglato il 5 novembre 2019. Secondo il quotidiano Asharq al-Awsat, si tratta di una mossa che potrebbe unire lo Yemen, ovvero le forze del governo legittimo e i gruppi secessionisti appoggiati dagli Emirati Arabi Uniti (UAE), nella lotta contro “il progetto iraniano” ed il proprio “strumento” per attuarlo, i ribelli sciiti Houthi.

La prima mossa del presidente yemenita, Rabbo Mansour Hadi, è stato il conferimento al premier, Moein Abdul Malik, dell’incarico di formare un nuovo governo entro 30 giorni, mentre Ahmed Hamed Lamels, un leader del Consiglio di Transizione, è stato nominato governatore della provincia di Aden. Parallelamente, Muhammad Ahmad al-Hamidi è stato posto alla guida della polizia del medesimo governatorato. Il nuovo governo, ai sensi dell’accordo di Riad, accettato dai separatisti e dal governo sotto l’egida dell’Arabia Saudita, prevede un esecutivo composto da non più di 24 ministeri, di cui 12 per il Nord e altri 12 per il Sud. Ai rappresentanti del Consiglio di Transizione Meridionale saranno assegnati almeno sei ministeri, sui dodici totali previsti per il Sud. Gli altri sei portafogli ministeriali andranno alle restanti componenti politiche yemenite, ma il STC avrà il diritto di approvare o meno le personalità che verranno nominate alla guida degli altri ministeri.

Dal punto di vista militare, i gruppi separatisti si sono impegnati a rispettare la tregua annunciata il 22 giugno e a ritirare le proprie forze da Aden. Anche ad Abyan, uno dei governatorati maggiormente segnati dal clima di tensione, l’esercito yemenita ed i soldati secessionisti verranno divisi e ritorneranno nelle postazioni precedenti alla crisi. Secondo quanto riferito dal viceministro alla Difesa saudita, il principe Khalid bin Salman, l’obiettivo è portare sicurezza, pace e stabilità in Yemen, garantendone altresì lo sviluppo.

Secondo quanto riferito al quotidiano al-Arabiya dall’ambasciatore saudita in Yemen, Mohammed Al Jaber, il governo legittimo e il Consiglio di transizione meridionale hanno già avviato misure pratiche volte ad accelerare l’attuazione dell’accordo di Riad. Tuttavia, le consultazioni in sede di governo prenderanno avvio dopo i festeggiamenti dell’Eid al-Adha, una festività musulmana, previsti dal 30 giugno al 3 agosto.

Nel frattempo, il 29 luglio, i ribelli sciiti Houthi hanno riferito che un battaglione stanziato presso la costa occidentale yemenita si è unito alle proprie milizie, dopo essersi separato dalle forze locali sostenute dagli Emirati Arabi Uniti. Si trattava di un battaglione affiliato alle guardie dirette da Tariq Saleh, figlio del fratello del presidente yemenita defunto, Ali Abdullah Saleh, impegnate anch’esse nella lotta contro i ribelli. Secondo quanto riferisce al-Jazeera, gli Houthi sono soliti annunciare casi di diserzione di soldati yemeniti, senza però specificarne la motivazione.

Il clima di tensione nelle regioni meridionali yemenite si era riacceso il 26 aprile scorso, con la dichiarazione del Consiglio di Transizione Meridionale, sostenuto dagli Emirati Arabi Uniti (UAE), di voler istituire un governo autonomo nel Sud del Paese, affermando altresì l’autonomia e uno stato di emergenza in tali aree. Successivamente, un leader dei gruppi separatisti, Ahmed Bin Break, autoproclamatosi “capo dell’amministrazione autonoma”, aveva invitato le tribù locali, i giovani e le forze ribelli di Hadhramawt a dare inizio ad una resistenza armata presso Wadi Hadhramawt, Shabwa e Abyan, a partire dal 14 maggio. Dopo settimane di scontri e tensioni, soprattutto nel governatorato di Abyan, il 22 giugno, è stata proclamata una tregua, a cui ha fatto seguito un ciclo di negoziazioni tra il governo yemenita ed i gruppi separatisti, sotto l’egida dell’Arabia Saudita.

Nel frattempo, lo Yemen si trova ad assistere ad un perdurante conflitto, il cui inizio risale al 19 marzo 2015, quando i ribelli Houthi hanno lanciato un’offensiva per estendere il loro controllo nelle province meridionali yemenite. I gruppi che si contrappongono nel conflitto sono da un lato i ribelli sciiti, che controllano la capitale Sana’a, alleati con le forze fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh e sostenuti dall’Iran e dalle milizie di Hezbollah. Dall’altro lato, vi sono le forze fedeli al presidente yemenita, Rabbo Mansour Hadi, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale. L’Arabia Saudita è intervenuta nel conflitto per sostenere Hadi, il 26 marzo 2015, a capo di una coalizione formata anche da Emirati Arabi Uniti, Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Kuwait, Bahrain e Qatar e sostenuta, a sua volta, dagli Stati Uniti.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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