Presunto attacco hacker da parte della Cina ai danni del Vaticano alla vigilia di colloqui chiave

Pubblicato il 29 luglio 2020 alle 15:42 in Cina Vaticano

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Il Vaticano e la diocesi cattolica di Hong Kong sono stati gli obiettivi di presunti hacker cinesi sostenuti dallo Stato, alla vigilia dei colloqui sul rinnovo dell’accordo del 22 settembre 2018, il quale ha contribuito a scongelare le relazioni diplomatiche sino-vaticane.

Tale vicenda è stata portata alla luce da un rapporto dell’azienda americana Recorded Future, che tiene traccia di attacchi informatici sostenuti dai governi, ripreso il 29 luglio da The Associated Press.

I presunti attacchi da parte di un gruppo chiamato Reddelta, segnalati per la prima volta dal New York Times il giorno precedente, il 28 luglio, sono iniziati lo scorso maggio, in previsione dei colloqui fissati il prossimo settembre per rinnovare l’accordo provvisorio sulle nomine dei vescovi del 2018. 

A riguardo, il Vaticano non ha rilasciato commenti immediati, mentre il Ministero degli Esteri cinese ha negato qualsiasi coinvolgimento, definendo il rapporto una ”speculazione infondata”.

Recorded Future ha sottolineato che anche la Study Mission di Hong Kong in Cina, un legame chiave tra Vaticano e Cina, e l’Istituto Pontificio per le Missioni Estere sono stati presi di mira.

“La sospetta intrusione in Vaticano offrirebbe a Reddelta una visione della posizione negoziale della Santa Sede prima del rinnovo dell’accordo del settembre 2020”, ha riferito il rapporto. Le informazioni sottratte potrebbero inoltre fornire notizie preziose sulla posizione delle entità cattoliche di Hong Kong sul movimento pro-democrazia.

Gli attacchi sono andati avanti almeno fino al 21 luglio, e hanno incluso un apparente tentativo di phishing con un documento sulla carta intestata della Segreteria di Stato vaticana diretto al capo della Study Mission di Hong Kong in Cina.

Da parte sua, la Pechino nega regolarmente di essere parte di un programma sponsorizzato dallo Stato per rubare segreti commerciali o informazioni governative sensibili su Internet, e sostiene al contrario di essere tra le più grandi vittime di attacchi hacker. 

Nel 1951, le relazioni diplomatiche tra il Vaticano e Pechino erano state bruscamente interrotte dal governo cinese a seguito di un complicato incidente. Un prete che operava presso l’ambasciata della Santa Sede in Cina aveva gettato via un vecchio mortaio che era stato successivamente utilizzato in un tentativo di cospirazione contro l’allora presidente Mao Zedong. Da allora, il governo di Pechino ha imposto due condizioni al Vaticano per il ristabilimento delle relazioni diplomatiche. La prima consiste nella non interferenza nelle questioni religiose cinesi, tra cui la nomina dei vescovi. La seconda, invece, riguarda la rottura dei legami formali con il governo di Taiwan e il riconoscimento de facto della One China Policy.

I primi tentativi di riavvicinamento sono stati effettuati dalla Santa Sede nel 2007, con la tacita approvazione del Vaticano sulla nomina a vescovo di Padre Joseph Li Shan da parte delle autorità della Repubblica Popolare Cinese (RPC). Con l’arrivo al soglio pontificio di Papa Francesco nel 2013, è stata data un’ulteriore spinta verso il miglioramento dei rapporti bilaterali. In Cina sono presenti circa 12 milioni di cattolici, divisi tra le “comunità underground”, che spesso riconoscono la figura del Papa, e quelli registrati all’interno della Catholic Patriotic Association, gestita direttamente dallo Stato e indipendente dalla Santa Sede.  Nel caso dell’Associazione, i vescovi sono nominati dal governo di Pechino, in collaborazione con le comunità cattoliche locali, e non dal Vaticano, come è stabilito dal diritto ecclesiastico.

L’accordo del 22 settembre 2018 tra la Santa Sede e la Cina sulle nomine dei vescovi mirava a riunire il gregge, regolarizzando lo status di sette vescovi non riconosciuti da Roma e scongelando decenni di allontanamento tra Pechino e Vaticano. Tuttavia, alcuni fedeli delle “comunità underground” cinesi nutrono profonde riserve sull’accordo, considerato come una “svendita” al governo comunista, e un tradimento della propria lunga lealtà al papa.

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Mariela Langone

di Redazione

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