L’Italia oggi e l’Italia tra vent’anni

Pubblicato il 28 luglio 2020 alle 7:00 in Il commento Italia

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La buona notizia è che l’Italia ha la possibilità di fronteggiare la crisi con più vigore grazie ai miliardi provenienti dall’Europa. Come sempre accade quando le risorse sono ingenti, tutti dibattono sul modo migliore di investirle e gli strateghi si dividono in due categorie: gli esperti di politica interna, che ragionano nel breve periodo, e gli esperti di politica internazionale, che immaginano il futuro tra vent’anni. Gli esperti della politica interna si occupano dei problemi quotidiani delle persone comuni. Il loro compito è di incalzare i partiti politici affinché trovino le soluzioni migliori per aiutare migliaia di italiani in difficoltà. La loro importanza è fin troppo evidente. Gli esperti di politica internazionale, invece, ragionano in termini di Stati e non di individui. La domanda che si pongono è: “L’Italia, tra vent’anni, sarà più forte o più debole rispetto agli altri Stati?”. L’idea fondamentale degli esperti di politica internazionale, per lo meno quelli realisti, è che, se l’Italia perderà quote di potere regionale, diventerà anche più povera in politica interna. Ad esempio, perdendo ogni influenza in Libia, gli italiani ne risentirebbero dalle Alpi alla Sicilia. Per ragionare nel lungo periodo, occorre innanzitutto chiarire che, mentre l’Europa è il luogo della cooperazione politica, come dimostrano i miliardi appena stanziati, il Mediterraneo è il luogo della competizione militare. Questo chiarimento è importante perché il sovranismo ha creato una grande confusione strategica, indicando in Bruxelles il vero nemico che l’Italia dovrebbe combattere. Non è così. A Bruxelles manca il requisito essenziale dell’inimicizia in politica internazionale, che è il puntare le armi contro. È nel Mediterraneo che le armi si ammassano ed è pertanto questo il luogo della vera competizione. Ne consegue che l’Italia deve capire quali potenze del Mediterraneo, tra vent’anni, potrebbero prendere il sopravvento su di lei a causa della crisi del coronavirus. La risposta istintiva è la Turchia, giacché lo Stato turco è quello che, sotto la guida di Erdogan, ha accumulato il maggior numero di successi in politica internazionale negli ultimi anni. In realtà, le attenzioni dell’Italia dovrebbero rivolgersi soprattutto all’Egitto, che sta crescendo a dismisura. Dopo il colpo di Stato di al-Sisi del 2013, l’Egitto ha raggiunto l’eccellenza in tre campi: le alleanze strategiche, l’economia e le forniture militari. Sotto il profilo delle alleanze, al-Sisi ha realizzato una serie di capolavori, diventando un alleato stretto o strettissimo di Stati Uniti, Francia, Arabia Saudita e Russia. Come appare evidente, l’Egitto gode della protezione degli Stati più potenti di ciascuna area geografica: Russia in Eurasia, Stati Uniti nelle Americhe, Francia in Europa, Arabia Saudita in Medio Oriente. Quanto all’economia, secondo Fitch Ratings, l’Egitto è l’unico Paese della regione del Medio Oriente e del Nord Africa che non subirà una recessione economica nel 2020 e nel 2021. Il suo tasso di crescita fa impallidire quello dell’Italia, ormai da anni. Il Pil reale dell’Egitto nel 2019 è stato pari al 5,6%, mentre quello dell’Italia era vicino allo zero. Questa notevole crescita economica si riflette anche nella spesa in armamenti. I progressi dell’Egitto in campo militare sono troppo numerosi per essere elencati in questa sede. Per limitarci alla stretta attualità, riferiamo che ha appena ricevuto il primo lotto degli aerei da guerra prodotti dalla Russia, il Su-35, il caccia più avanzato in Africa e nel mondo arabo. Quando l’Egitto avrà ricevuto tutti i 28 caccia Su-35 da Putin, avrà una delle aviazioni più avanzate del Mediterraneo. Considerazioni analoghe possono essere fatte in merito alla crescita della marina militare egiziana. Più l’Italia si ritirerà dal Mediterraneo, più si impoverirà all’interno. È dunque di vitale importanza che il governo di Giuseppe Conte abbia uno sguardo sempre rivolto al di fuori dei confini nazionali per seguire i progressi degli Stati che nutrono l’ambizione di diventare egemoni regionali. In tal modo, lo Stato italiano potrà stabilire confronti e paragoni per interrogarsi sulle proprie forze e su quelle dei propri vicini. È sempre nella pace che l’Italia può prosperare, ma il mantenimento della pace richiede spesso più energie di quelle richieste dalla guerra.

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Alessandro Orsini

Articolo apparso sul “Messaggero”, riprodotto per gentile concessione del direttore.

di Redazione

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