Sudan: nuovi scontri nel Darfur, inviate forze di sicurezza aggiuntive

Pubblicato il 27 luglio 2020 alle 12:20 in Africa Sudan

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Una nuova ondata di violenze nella regione del Darfur, in Sudan, ha provocato la morte di circa 60 persone, secondo i rapporti delle Nazioni Unite. Domenica 26 luglio, nel mezzo dei disordini, il primo ministro sudanese, Abdalla Hamdok, ha annunciato che schiererà nuove forze di sicurezza, in particolare esercito e polizia, per cercare di fermare gli scontri e proteggere i cittadini.

L’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari in Sudan (OCHA) ha riferito che, sabato 25 luglio, circa 500 uomini armati hanno attaccato il villaggio di Masteri, situato a 48 km da Geneina, capitale della provincia occidentale del Darfur. Gli scontri, iniziati sabato e durati fino a domenica, hanno portato all’uccisione di decine di civili, inclusi diversi bambini. Le autorità locali hanno subito chiesto rinforzi militari per fermare le violenze, ha specificato il rapporto delle Nazioni Unite. Un numero imprecisato di abitazioni è stato saccheggiato e dato alle fiamme nel villaggio di Masteri, insieme a gran parte del mercato locale. Il villaggio si trova vicino al confine con il Ciad.

Hamdok ha promesso che il governo invierà a breve un contingente di forze di sicurezza nel Darfur, colpito dal conflitto, per “proteggere i cittadini e i campi durante la stagione dei raccolti”. Gli scontri si sarebbero verificati tra il gruppo etnico dei Masaliti e altre tribù arabe. Gli attacchi hanno spinto centinaia di persone ad avviare una serie di proteste di fronte alla Masalit Sultan House, un insediamento che ospita circa 4.200 sfollati interni a Masteri. I manifestanti hanno chiesto alle autorità di proteggerli dalle offensive dei gruppi armati. Gli attacchi sono avvenuti nel mezzo della stagione dei raccolti agricoli e hanno aumentato i bisogni umanitari degli abitanti della regione. Si stima che nel Darfur circa 2,8 milioni di persone non dispongano di un’appropriata sicurezza alimentare, soprattutto tra giugno e settembre. Di queste, oltre 545.000 risiedono nel Darfur occidentale, secondo quanto precisato dall’OCHA.

Le violenze avvenute tra sabato 25 e domenica 26 luglio sono solo le ultime di una lunga serie di offensive e conflitti nell’area. Il conflitto del Darfur è iniziato nel 2003, dopo che alcuni ribelli, per lo più non arabi, sono insorti contro il governo di Khartoum. Le forze governative e le milizie arabe, che si sono mosse per reprimere la rivolta, sono state accusate di atrocità e violenze diffuse. Circa 300.000 persone sono state uccise nel conflitto, secondo le stime delle Nazioni Unite. La milizia Janjaweed, appoggiata dal governo e formata principalmente da tribù di pastori arabi, è ritenuta responsabile di un gran numero di violenze e massacri.

Attualmente, in aree remote del Sudan, come quella del Darfur, la maggior parte delle persone vive in campi per sfollati e rifugiati. In più, le dispute internerimangonoirrisolte perché le milizie arabe sono ancora presenti e hanno il controllo sulle terre che sono riuscite a sequestrare. Il governo civile di transizione, instauratosi a Khartoum dopo la caduta dell’ex presidente Omar al-Bashir, l’11 aprile 2019, ha promesso di porre fine al conflitto e sta portando avanti le discussioni con alcuni dei gruppi ribelli che avevano combattuto contro il potere centrale nel Darfur e in altre parti del Paese. 

Il nuovo primo ministro del Sudan, Abdalla Hamdok, ha prestato giuramento, il 21 agosto 2019, come leader del governo di transizione, promettendo di riportare la stabilità a livello nazionale, risolvere la crisi economica e garantire una pace duratura. Il capo del deposto Consiglio militare, Abdel Fattah al-Burhan, ha invece assunto il ruolo di presidente del Consiglio Sovrano, l’organo che gestirà il Paese per 3 anni e 3 mesi fino a nuove elezioni. Tale organismo è composto da 10 membri, 5 nominati dai militari e 5 dai civili, più 1 che viene designato di comune accordo tra le parti.

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Chiara Gentili

di Redazione

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