L’India colpisce la tecnologia cinese, al bando Wechat

Pubblicato il 27 luglio 2020 alle 18:59 in Cina India

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L’India è tornata a colpire il settore tecnologico della Cina mettendo al bando altre 47 applicazioni cinesi, il 27 luglio, per questioni inerenti la privacy e la sicurezza nazionale.

Il gruppo cinese Tencent è stato tra i maggiormente colpiti dalle nuove misure indiane in quanto ha visto messe al bando 10 delle sue applicazioni, tra cui le famose QQ Mail, QQ Music e Wechat. Quest’ultima ha svariate funzioni dalla messaggistica, all’essere un social network, a servizi di traduzione istantanea, a forme di pagamento e molti altri. L’applicazione, date la sua versatilità, è stata finora utilizzata da milioni di utenti indiani, anche per ragioni lavorative, che potrebbero risentire della sua oscurazione. In particolare, il 23% dei milioni di utenti internet indiani ha finora utilizzato Wechat. Secondo alcune stime, alla fine di gennaio 2020, erano almeno 687.6 milioni le persone che utilizzavano internet nel Paese.

 Già dal 25 luglio scorso, a molti non è stato possibile accedere all’applicazione e hanno ricevuto un messaggio nel quale veniva loro comunicata l’impossibilità di offrire i propri servizi da parte di Wechat, in forza della legge indiana, e in cui si specificava che l’applicazione riserva grande importanza agli utenti e alla loro privacy, concludendo che sta interagendo con le autorità  nella speranza di ripristinare i propri servizi in futuro. 

Parallelamente al bando indiano, app come Wechat hanno di recente subito pressioni anche dagli USA per problematiche legate alla privacy e alla censura. Lo scorso 6 luglio, durante un’intervista a Fox News, lo stesso segretario di Stato americano, Mike Pompeo ha affermato che Washington sta considerando azioni contro applicazioni cinesi quali TikTok, già oscurata in India, o Wechat per problematiche relative alla privacy  e a  possibili rischi per la sicurezza nazionale. La notizia aveva creato da subito preoccupazione nei cinesi che vivono negli USA, in quanto Wechat è la principale app di messaggistica utilizzata in Cina e dai cinesi all’estero per tenersi in contatto. Oltre a questo, molte aziende e professionisti la utilizzano per questioni lavorative.

 Lo scorso 29 giugno, il governo indiano del primo ministro Narendra Modi aveva  già deciso di mettere al bando 59 applicazioni cinesi, a seguito di tensioni lungo il confine sino-indiano iniziate il 6 maggio scorso e che erano poi culminate il successivo 15 giugno, quando scontri fisici tra i rispettivi eserciti nella valle del Galwan avevano portato alla morte di almeno 20 soldati indiani.

Il 28 giugno, in un discorso al Paese, dopo aver ricordato la morte dei soldati indiani, il premier Modi aveva annunciato che un’India autosufficiente sarebbe stata “un omaggio ai suoi martiri nel senso più vero e profondo” e, stando al Ministero della Tecnologia dell’Informazione indiano, le motivazioni ufficiali per tale decisione sarebbero state il fatto che le applicazioni cinesi avrebbero condotto attività dannose per la sovranità, l’integrità e la difesa nazionale. Tuttavia, i termini della messa al bando delle applicazioni cinesi non sono ancora chiari né nelle modalità, né nei tempi di applicazione.

Prima delle decisioni di Modi, nel Paese si era creato  un movimento popolare di sabotaggio economico ai danni della Cina,  che ha finora colpito soprattutto il settore della tecnologia. La popolazione indiana aveva spontaneamente lanciato campagne contro l’acquisto di prodotti a marchio cinese ed era anche apparsa un’applicazione in grado di individuare ed eliminare le applicazioni cinesi dai propri smart phone, la “Remove China App”, poi rimossa da Google stesso.

 Secondo dati della World Bank ripresi dalla CNN, l’India sarebbe il maggior importatore di beni cinesi al mondo, solo nel 2018 il valore di tali acquisti avrebbe superato i 90 miliardi di dollari, mentre il valore delle sue esportazioni rispetto a tale somma sarebbe di appena 1/5.  L’India è anche il maggior mercato estero per i produttori di smart-phone cinesi che, in alcuni casi, hanno spostato parte della loro produzione proprio nel Paese confinante, come in quelli di Xiaomi, Vivo, Oppo e Realme.

Inoltre, dal 2015, investitori cinesi avrebbero riversato nelle start-up indiane investimenti per 4 miliardi di dollari e tra questi ci sarebbero giganti del calibro di Alibaba e la stessa Tencent. Tuttavia, già dallo scorso aprile, il governo di Modi avrebbe introdotto una legge per regolare gli investimenti diretti esteri da “Paesi confinanti”, sottoponendoli ad un più rigido sistema di verifiche. Tra gli Stati limitrofi la Cina sembra essere il target di tale legge essendo il maggiore investitore in India e alcuni hanno interpretato tale mossa come un primo tentativo dell’esecutivo di Nuova Delhi di rendersi più indipendente dai finanziamenti di Pechino.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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