La geopolitica dei porti nel Corno d’Africa

Pubblicato il 26 luglio 2020 alle 7:48 in Africa Medio Oriente

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In un mondo in cui oltre il 90% del commercio internazionale si basa sul trasporto marittimo, i porti sono diventati strumenti essenziali in termini di accesso all’economia globale e influenza sulle dinamiche geopolitiche. Questo fatto assume una rilevanza ancora più marcata per le regioni situate lungo le principali rotte commerciali marittime, come il Mar Rosso. Oltre il 10% del commercio internazionale attraversa questo tratto di mare, rendendolo una delle vie dacqua più strategicamente apprezzate al mondo.

Il Mar Rosso e il Golfo di Aden rappresentano il nuovo centro degli investimenti portuali. In passato, nel Corno d’Africa, Gibuti City era lunico grande porto intorno allo stretto di Bab El-Mandeb, soprattutto dopo che la guerra civile yemenita aveva ridotto la portata dei porti di Aden e Hodeidah. Tuttavia, negli ultimi cinque anni, i Paesi vicini al Gibuti hanno cominciato a lanciare nuovi progetti, soprattutto con il supporto di diversi attori esterni. Gli investimenti esteri nei porti dell’Africa orientale hanno rispecchiato gli interessi commerciali e strategici degli investitori. Di conseguenza, cè il rischio che queste iniziative diventino nuovo combustibile per le rivalità tra i Paesi mediorientali.

In prima linea, nella corsa per il controllo dei porti dell’Africa orientale ci sono gli Emirati Arabi Uniti. Per realizzare i suoi piani di sviluppo portuale, il Paese ha potuto contare non solo sulle sue enormi risorse finanziarie, ma anche sull’esperienza di Dubai Ports World (DP World), un gigante globale nel settore del management portuale legato alle più potenti famiglie emiratine.

Dal 2015, un mix di preoccupazioni militari ed economiche ha spinto Abu Dhabi a guardare verso i porti del Corno d’Africa. Militarmente, gli Emirati Arabi Uniti avevano la necessità di creare installazioni in cui potevano stazionare le forze aeree e navali da impiegare nella guerra in Yemen. La mossa di Abu Dhabi aveva anche lobiettivo di limitare la presenza dell’Iran nell’area di Bab El-Mandeb, in particolare la sua pressione sullEritrea, e di contrastare il contrabbando di armi a il sostegno alle milizie sciite Houti. Economicamente, gli Stati del Corno dAfrica avevano fortemente bisogno di nuove infrastrutture portuali per sostenere la loro rapida crescita, in primo luogo l’Etiopia che, dopo lindipendenza dellEritrea, si è ritrovata senza sbocchi sul mare.

Nel 2018, DP World ha ottenuto una concessione di 30 anni per sviluppare il porto eritreo di Assab, dove la marina e l’aeronautica degli Emirati avevano già dispiegato alcune unità. Tempo prima, Dubai Ports World aveva preso anche il controllo del porto di Berbera, nell’autoproclamata Repubblica del Somaliland, la regione separatista della Somalia. Stipulata nel 2016, questa concessione prevedeva un investimento di 442 milioni di dollari, da impiegare nello sviluppo dell’infrastruttura portuale della città.

Gli Emirati hanno costruito anche un aeroporto militare parallelo, che presto potrebbe essere trasformato in una struttura civile. Nel 2017, DP World aveva firmato un contratto, simile a quello con il Somaliland, con il governo dello Stato del Puntland, anche questa una regione separatista della Somalia. Linvestimento serviva ad espandere e gestire il porto di Bosaso, situato nella Somalia nord-orientale. Insieme al contratto economico è stato sottoscritto anche un accordo di sicurezza parallelo, che prevedeva l’addestramento della polizia marittima del Puntland. In questo contesto, gli investimenti nelle infrastrutture portuali sono diventati una componente chiave della politica estera di Abu Dhabi nel Corno d’Africa.

Sullesempio degli Emirati Arabi Uniti, anche il Qatar ha seguito la politica dei porti. Nella primavera del 2018, il Sudan ha firmato un contratto da 4 miliardi di dollari con Mwani Qatar, la compagnia responsabile dei porti e dei terminali marittimi della nazione mediorientale, per modernizzare il porto di Suakin. La società statale del Qatar si aspettava che Suakin diventasse il più grande porto del Mar Rosso. Tuttavia, il progetto rimane ben lontano dall’essere completato.

Nella regione, Doha ha anche cercato di respingere l’avanzata degli Emirati Arabi Uniti in Somalia. Alla fine del 2018, Mogadiscio ha annunciato un investimento congiunto somalo-qatarino per la costruzione di un porto e di una zona franca a Hobyo, circa 500 chilometri a Nord-Est della capitale. Linvestimento è stato abbinato alla donazione, al governo somalo, di 68 veicoli corazzati del Qatar.

Gli investimenti della Turchia nei porti del Corno d’Africa hanno seguito quelli del Qatar, ma con un approccio più militarizzato. Come Doha, anche Ankara ha fissato un contratto di leasing, nel 2017, che prevede lo sviluppo delle infrastrutture portuali di Suakin. Oltre agli investimenti da 650 milioni di dollari, la Turchia ha ottenuto anche il diritto di dispiegare le sue forze militari nel porto, sebbene alcune fonti sostengano che la clausola sia stata apparentemente messa da parte dopo l’espulsione dell’ex presidente sudanese Omar al-Bashir. Tra le altre cose, poi, una società turca gestisce il porto di Mogadiscio dal 2014 e, nel frattempo, Ankara ha anche aperto una struttura di addestramento militare nella capitale somala.

Dal momento che l’isola di Suakin, dal 1555 al 1865, era sotto il controllo ottomano, il “ritorno” dei turchi nel porto del Mar Rosso ha contribuito a diffondere negli Emirati Arabi Uniti, in Arabia Saudita e in Egitto la percezione che Ankara minacci le nazioni arabe con il cosiddetto espansionismo turco. Se la Turchia presenta regolarmente il suo ruolo nel Corno d’Africa come “intraprendente e umanitario”, Riad, Abu Dhabi e Il Cairo vedono il suo atteggiamento nella regione come il frutto di una politica estera “neo-ottomana” in Medio Oriente e in Africa.

La proliferazione dei porti attorno allo stretto di Bab El-Mandeb, dunque, non sembra seguire una logica economica pura. Dato il loro incredibile valore, gli investimenti consolidano alleanze tra investitori e governi beneficiari. Tutti i contratti vengono effettivamente aggiudicati a Stati allineati, come l’Eritrea, il Somaliland e il Puntland per gli Emirati Arabi Uniti o la Somalia e il Sudan per il Qatar e la Turchia.

La frequente presenza di strutture militari a fianco degli investimenti portuali è un altro fattore determinante. I punti di appoggio degli Emirati Arabi Uniti, del Qatar e della Turchia intorno ai porti dell’Africa orientale sembrano mirati a controllare gli hotspot strategici e a mettere da parte i vari rivali regionali. Suakin e Bosaso potrebbero diventare i prossimi centri nevralgici delle tensioni in Medio Oriente. Secondo gli esperti, pertanto, anche la geopolitica dei porti può avere un impatto negativo sulla pace regionale e sulla sicurezza marittima.

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Chiara Gentili

di Redazione

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