Conte ed Erdogan parlano di Libia

Pubblicato il 25 luglio 2020 alle 19:40 in Italia Libia Turchia

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Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, e il premier italiano, Giuseppe Conte, hanno avuto una “lunga e articolata” conversazione telefonica il cui tema principale è stato la crisi in Libia, il 25 luglio. Entrambi hanno concordato sulla necessità di interrompere le ostilità e mantenere attivo il dialogo per una soluzione politica del conflitto nel Paese nordafricano. Oltre alla Libia, Erdogan e Conte hanno discusso anche della situazione nel Mediterraneo Orientale, dei rapporti tra la Turchia e l’Unione Europea, delle relazioni bilaterali e della ripresa post-pandemia di coronavirus.

Sia l’Italia, sia la Turchia, insieme all’Onu e al Qatar, in Libia riconoscono la legittimità del Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Tripoli, guidato dal presidente e premier Fayez Al-Sarraj e nato il 17 dicembre 2015 con gli accordi di Skhirat, firmati in Marocco e poi scaduti il 17 dicembre 2017. Dal gennaio 2020, Ankara ha inviato importanti aiuti militari al GNA per sostenere la sua lotta contro l’assedio di Tripoli da parte dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) del generale Khalifa Haftar, avviato il 4 aprile 2019 e respinto il 4 giugno dell’anno successivo. L’intervento turco è stato decisivo e ha portato le forze del GNA in una condizione di superiorità, al punto che, il 6 giugno scorso, lo stesso Haftar aveva proposto un cessate il fuoco con il sostegno dell’Egitto, suo alleato. Oltre a Il Cairo, il governo di Tobruk, sostenuto dal LNA, è appoggiato anche da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Giordania Russia e Francia.

Al momento, la città di Sirte, che è sotto il controllo di Haftar, è diventata il centro delle tensioni del conflitto libico. Da un lato, il GNA, appoggiato da Ankara, si è detto determinato a riconquistarla insieme alla base area di Al-Jufra e ha nuovamente chiesto al LNA, il 22 luglio, di ritirarsi da tali posizioni se vuole raggiungere un cessate il fuoco. Dall’altro l’Egitto e la Russia hanno indicato tali luoghi come una “linea rossa” da non superare. A tal proposito, lo scorso 20 luglio, il Parlamento egiziano ha approvato all’unanimità una disposizione che autorizza lo schieramento di truppe fuori dai confini nazionali, dopo che, un mese prima, il presidente egiziano, Abdel Fattah Al-Sisi, aveva ordinato alle proprie forze aeree di prepararsi ad un’eventuale operazione interna o esterna all’Egitto. Tale presa di posizione ha destato timori in seno all’Onu e ferma opposizione da parte di Tripoli e Ankara che hanno richiesto con fermezza la liberazione dei di Sirte e al-Jufra prima di procedere con qualsiasi tentativo di cessazione del conflitto.

Spinte dalla preoccupazione per l’escalation del conflitto nordafricano sia a livello interno, sia regionale, lo scorso 18 luglio, l’Italia, la Francia e la Germania avevano minacciato per la prima volta sanzioni contro quei Paesi che non dovessero rispettare l’embargo delle armi in Libia. Il coinvolgimento di Paesi terzi in Libia è stato proibito dall’Onu lo scorso 12 febbraio con la Risoluzione 2510, con la quale, gli Stati membri si sono impegnati a non a non interferire nel conflitto libico e a non adottare alcun tipo di misura che possa aggravare ulteriormente la situazione, oltre a rispettare l’embargo sulle armi, attivo dal 2011. Tuttavia, alcuni tra gli alleati delle rispettive fazioni hanno più volte evaso le imposizioni delle Nazioni Unite, sostenendo sia militarmente sia economicamente le parti in guerra.

La Libia è teatro di una lunga guerra civile iniziata il 15 febbraio 2011 a cui ha fatto seguito, nell’ottobre dello stesso anno, la caduta del regime dittatoriale di Muammar Gheddafi. Da tale evento in poi, il Paese non è mai riuscito a realizzare una transizione democratica e al momento vede il fronteggiarsi dei governi di Tripoli e Tobruk.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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