Australia contro la Cina insieme agli USA, Mar Cinese Meridionale

Pubblicato il 25 luglio 2020 alle 18:30 in Australia Cina

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L’Australia si è unita agli Stati Uniti nella denuncia contro le rivendicazioni cinesi nel Mar Cinese Meridionale, sostenendo che la sovranità dichiarata dalla Cina sulla base della linea dai nove tratti non ha valore legale. Il 24 luglio, la missione australiana all’Onu ha scritto in una dichiarazione che le rivendicazioni cinesi sono incompatibili con la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) del 1982. Ancora non sono pervenuti commenti ufficiali da parte cinese.

Così come gli USA, Canberra si era finora astenuta dall’esprimersi sulle dispute vigenti nel Mar Cinese Meridionale, tuttavia il 24 luglio ha adottato una posizione chiara affermando di respingere le rivendicazioni cinesi basate su diritti derivanti dalla storia o su diritti e interessi marittimi. Anche Canberra, come gli USA, ha citato la sentenza emessa dalla Corte internazionale di Giustizia dell’Aia del 12 luglio 2016 per avvalorare la propria dichiarazione.

In vista di un incontro tra i ministri della Difesa di Washington e Canberra, prevista per la prossima settimana, la mossa australiana va ad aggiungersi alle ultime azioni con cui l’Australia si è opposta alla Cina. Dapprima, Canberra aveva richiesto un’indagine sulle origini del coronavirus, mettendo in dubbio la trasparenza cinese, dopodiché si era opposta alla nuova legge sulla sicurezza nazionale per Hong Kong del 30 giugno scorso, sospendendo il trattato di estradizione con l’isola. Finora, Pechino ha risposto cercando di colpire quei settori dell’economia australiana per i quali è più dipendente dalla Cina, ovvero le esportazioni, il turismo e gli studenti internazionali.

In merito alla sentenza citata, il Tribunale dell’Aia si era espresso riguardo una disputa tra la Cina e le Filippine, le quali avevano denunciato Pechino nel 2013 per aver costruito isole artificiali nelle acque contese del Mar Cinese Meridionale. La sentenza aveva invalidato le rivendicazioni cinesi della linea dei nove tratti, sulla base della UNCLOS. La Cina, oltre ad essersi rifiutata di partecipare all’intero processo, aveva definito il suo esito uno scandalo e per tanto non lo ha mai né preso in considerazione né tanto meno rispettato.

Lo scorso 13 luglio, già il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, aveva ribadito il valore legalmente vincolante della sentenza e l’allineamento ufficiale della posizione di Washington a quanto da essa previsto. Contestualmente, Pompeo ha rivolto un appello ai Paesi partner e alleati degli USA nel Mar Cinese Meridionale affermando che Washington sarà dalla loro parte nella protezione dei loro diritti di sovranità sulle risorse off-shore respingendo la “legge del più forte” portata avanti da Pechino.

Tuttavia, lo scorso 22 luglio, lo stesso ministro degli Esteri delle Filippine, Teodoro Locsin, aveva dichiarato che non avrebbe auto senso portare sul tavolo della prossima Assemblea generale Onu a settembre la sentenza della corte dell’Aia del 2016 perché la disputa sarebbe già stata vinta di fatto da Manila. Come evidenziato dall’ultimo incontro a livello ministeriale tra Cina e Filippine, dall’ascesa dell’attuale presidente filippino, Rodrigo Duterte, il 30 giugno del 2016, i rapporti bilaterale tra Pechino e Manila si sono intensificati. Secondo alcuni, ciò è avvenuto anche ai danni dei legami delle Filippine con gli USA, tuttavia le dispute marittime rimangono il deterrente fondamentale dell’avvicinamento di Manila a Pechino ai danni di Washington.

Gli USA sono militarmente presenti nelle acque del Mar Cinese Meridionale, dove conducono frequentemente esercitazioni per la “libertà di navigazione”.  Lo scorso 4 luglio, Washington aveva quindi un’esercitazione con le portaerei USS Nimitz e USS Ronald Reagan per “sostenere la libertà e l’apertura della regione dell’Indo-Pacifico” e mostrare chiaramente l’impegno americano per la sicurezza e la stabilità dell’area agli alleati e ai partner locali. L’esercitazione è arrivata a due giorni di distanza dalla protesta di Hanoi, appoggiata dalla Filippine, contro le ultime esercitazioni della marina cinese, dal primo al 5 luglio scorsi, che secondo Hanoi avrebbero violato la sua sovranità. Il 17 luglio, le due portaerei americane sono nuovamente tornate nelle acque contese.

Per Pechino, la propria sovranità sul Mar Cinese Meridionale deriva da presupposti storici e, in particolare, da una mappa pubblicata il primo dicembre 1947 dall’allora Repubblica di Cina e poi rivista nel 1953 in cui con nove tratti si delimitava la sovranità cinese sulle acque, includendole quasi per intero. In base a tale carta, la Cina ha costruito basi nelle isole, nelle scogliere e negli atolli che rivendica, affermando che si tratti di un proprio diritto legittimo e che le sue intenzioni siano pacifiche.

Oltre alla Cina, anche Taiwan rivendica in toto la sovranità sul Mar Cinese Meridionale che è, tuttavia, conteso anche da Vietnam, Filippine, Malesia e Brunei, sebbene solo parzialmente. Nelle sue acque transitano fiorenti rotte commerciali e sono presenti ricchi giacimenti minerari.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

 

di Redazione

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