Petrolio in Libia: il ministro degli Esteri italiano chiede la ripresa delle esportazioni

Pubblicato il 23 luglio 2020 alle 17:46 in Italia Libia

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Il ministro degli Esteri italiano, Luigi di Maio, ha ribadito la necessità di riprendere la produzione e l’esportazione di petrolio libico dopo mesi di chiusura che, secondo la National Oil Corporation (NOC) di Tripoli, hanno portato a perdite per oltre sette miliardi di dollari.

Durante un evento mediatico, tenutosi il 22 luglio per commemorare il 50º anniversario della partenza degli italiani dalla Libia nel 1970, Di Maio ha affermato che è molto importante raggiungere una stabilità duratura nel Paese nordafricano, in quanto questa si estenderebbe all’intera regione euromediterranea.

Il 10 luglio, la National Oil Company libica aveva comunicato il ripristino delle esportazioni di greggio, ponendo fine ad un blocco imposto dall’Esercito Nazionale Libico (LNA) del governo di Tobruk, stabilito lo scorso 18 gennaio.

Tuttavia, già l’11 luglio, il portavoce dell’LNA, Ahmed al-Mismari, ha riferito che le forze di Tobruk avrebbero mantenuto il blocco sulle esportazioni, specificando che il carico inviato dalla NOC il giorno precedente è stato soltanto un’eccezione. Pertanto, Al-Mismari ha dichiarato che  i porti e i pozzi petroliferi resteranno chiusi fin quando non sarà stabilito un meccanismo che impedisca ai ricavati di finire nelle tasche di “milizie e mercenari”, alludendo al proprio rivale, ovvero il governo di Tripoli, anche noto come Governo di Accordo Nazionale (GNA), con a capo il premier Fayez Al-Sarraj.

Nello specifico, per le forze di Haftar sono tre le condizioni necessarie da rispettare per far ripartire l’attività petrolifera del Paese, in assenza delle quali ciò non sarà invece possibile.

In primo luogo, Al-Mismari ha richiesto la creazione di un nuovo conto bancario fuori dai confini libici dove saranno depositati i proventi del petrolio, i quali saranno poi distribuiti in modo equo tra la popolazione della Libia, sotto la garanzia della comunità internazionale. In secondo luogo, per il governo di Tobruk è necessario istituire un meccanismo di spesa trasparente e garantito a livello internazionale, in grado di assicurare che le risorse a disposizione non vengano spese per finanziare, ad esempio, il terrorismo. Infine, la fazione guidata da Haftar ha richiesto che i conti della Banca Centrale libica siano revisionati per dimostrare come e dove sono stati spesi i proventi dell’attività petrolifera negli anni passati. Nel caso in cui venissero riscontrati casi di appropriazione indebita e sperpero delle risorse, sarà altresì necessario individuare i responsabili di tali azioni.

Parallelamente, il ministro degli Esteri italiano, durante una telefonata con il proprio omologo egiziano, il 16 luglio, ha sottolineato che al fine di raggiungere una soluzione alla crisi libica, è necessario porre fine a tutti gli interventi stranieri contrari alle risoluzioni dell’Onu, in particolare all’embargo sulle armi.

Il 23 luglio, anche l’Unione Europea, da parte sua, ha invitato tutti gli attori regionali nel conflitto in Libia a fermare la propria mobilitazione nel Paese nordafricano, affermando che le minacce di ricorrere all’intervento militare non sono solo pericolose, ma accrescono ulteriormente le ostilità tra le diverse fazioni.

L’UE ha inoltre sottolineato di essere in costante contatto con le parti internazionali, regionali e libiche per incoraggiarle a ritornare ai negoziati politici sulla scia della Conferenza di Berlino dello scorso 19 gennaio, al fine di spianare la strada a una transizione democratica volta a raggiungere la stabilità e la pace per il popolo del Paese nordafricano.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data di inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato vi è il governo di Tripoli, altresì noto come Governo di Accordo Nazionale (GNA), nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, e guidato dal premier Fayez al-Sarraj, il quale rappresenta l’unico esecutivo riconosciuto dall’Onu. In particolare, i suoi principali sostenitori sono la Turchia, l’Italia e il Qatar. Dall’altro lato vi è il governo di Tobruk del generale Khalifa Haftar, appoggiato da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia.

Leggi Sicurezza Internazionale, il solo quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Mariela Langone

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.