Le riforme del Sudan: abolita la Sharia

Pubblicato il 23 luglio 2020 alle 20:41 in Africa Sudan

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Il Sudan ha vietato le mutilazioni genitali femminili, i divieti sulla conversione dall’Islam e sul consumo di alcol per i non musulmani, in una mossa che ha smantellato la legge coranica dopo circa quasi quattro decenni di rigide politiche islamiste sotto il governo dell’ex presidente Omar al-Bashir. Il nuovo esecutivo di transizione sudanese, presieduto dal primo ministro, Abdalla Hamdok, sembra aver accelerato il ritmo delle riforme dopo le richieste degli attivisti pro-democrazia che spingono per un cambiamento più rapido.

Le leggi appena annunciate implicano che la minoranza non musulmana del Sudan non verrà più criminalizzata per il consumo di alcolici in luoghi privati, secondo quanto precisato dal ministro della Giustizia, Nasreddin Abdelbari, alla televisione di stato. Per i musulmani, tuttavia, il divieto rimarrà in vigore. Sarà poi eliminata la pena di morte per i musulmani che si convertono ad un’altra religione e verranno criminalizzate le mutilazioni genitali femminili. In breve, la riforma abrogherà le norme ispirate alla Sharia, la legislazione basata sul Corano introdotta nel 1983. Fu però con il golpe del 1989, attuato dall’ex presidente al-Bashir, che il Sudan divenne il primo Stato islamico sunnita al mondo.

Gli attivisti cercano da diverso tempo di imporre un divieto sulle mutilazioni genitali femminili. Un sondaggio sostenuto dall’ONU nel 2014 stimava che l’87% delle donne e delle ragazze sudanesi di età compresa tra 15 e 49 anni veniva sottoposta a tale pratica. Da adesso, tuttavia, chiunque sarà ritenuto colpevole di eseguire mutilazioni genitali sarà condannato a un massimo di tre anni di reclusione. “Le mutilazioni genitali femminili degradano la dignità delle donne”, ha affermato il Ministero della giustizia nella sua dichiarazione.

Mentre molti si dicono euforici per il tanto atteso passaggio della legge, alcuni gruppi per la difesa dei diritti umani avvertono che si tratta di una pratica profondamente radicata nella società e che l’applicazione delle sanzioni potrebbe non bastare a risolvere il problema. Ciononostante la mossa, sia simbolica che effettiva, ha suscitato le speranze di una maggiore protezione delle libertà personali in un Paese che si avvia, dopo diverso tempo, verso elezioni democratiche, nel 2022. Un’altra novità per le donne sudanesi sarà che non avranno più bisogno di un permesso da parte dei membri maschi delle loro famiglie per viaggiare con i figli o che non rischieranno più di essere frustrate qualora dovessero indossare i pantaloni in pubblico. Le nuove norme «garantiranno la libertà religiosa e l’uguaglianza dei cittadini, elemento doveroso per un Paese che ormai basa la sua azione sullo stato di diritto», ha sottolineato il ministro Abdelbari.

Le speranze di una transizione democratica e di una stabilizzazione interna si sono accese in Sudan il 17 luglio 2019, con la formazione di un nuovo governo, a composizione mista, creato con l’obiettivo di mettere fine ai conflitti in corso e di soddisfare le richieste dei cittadini, desiderosi di una svolta politica dopo anni di governo autoritario. Il nuovo primo ministro del Sudan, Abdalla Hamdok, ha prestato giuramento, il 21 agosto 2019, come leader del governo di transizione, promettendo di riportare la stabilità a livello nazionale, risolvere la crisi economica e garantire una pace duratura. Il premier, fin dal suo insediamento, ha cercato di dare priorità alla risoluzione dei conflitti nelle regioni più critiche del Paese, impegnandosi a portare a termine i negoziati per la firma di un accordo di pace stabile e duraturo.  

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Chiara Gentili

di Redazione

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