La Somalia nega di aver inviato soldati in Libia

Pubblicato il 23 luglio 2020 alle 19:08 in Libia Somalia

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La Somalia ha negato, mercoledì 22 luglio, le accuse, avanzate da diversi media arabi pro-Haftar, secondo cui il Paese avrebbe inviato alcune delle sue forze armate in Libia. Il ministro degli Esteri somalo, Ahmed Issa Awad, ha affermato che Mogadiscio non ha mandato e non manderà mai le sue truppe a combattere nel Nord Africa. “Le forze del nostro Paese non sono mercenari”, ha sottolineato il ministro, precisando che ciò che è stato diffuso sui social media riguardo l’argomento è “infondato”. Awad ha anche negato tutte le affermazioni secondo cui la Somalia starebbe negoziando con la Turchia l’invio di forze congiunte in Libia. I media emiratini, libici e sauditi, legati al comandante Khalifa Haftar, hanno diffuso la notizia sui preparativi del contingente somalo senza fornire prove affidabili, secondo quanto riferito dal quotidiano The Libya Observer.

La Turchia e la Somalia sono legate da rapporti di lunga data. Ankara è stata una delle principali fonti di supporto per Mogadiscio, in occasione della grave carestia che si è abbattuta nel Paese africano nel 2011. La Turchia, con le sue iniziative, cerca soprattutto di aumentare la sua influenza nel Corno d’Africa, al fine di contrastare i rivali del Golfo, come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Il settore delle infrastrutture è uno dei più fiorenti in Somalia e numerosi ingegneri turchi sono impiegati nel Paese. Infine, gli ufficiali turchi hanno addestrato nel corso degli anni i soldati somali come parte degli sforzi per supportare la nazione africana nella costruzione del proprio esercito. Nel 2017, Ankara ha edificato, nei pressi di Mogadiscio, la più grande base militare turca d’oltremare. Nemmeno di recente, durante le fasi più acute della pandemia di coronavirus, il supporto turco all’alleato africano è venuto a mancare e, tra aprile e maggio, diversi aerei sono partiti da Ankara per rifornire la Somalia di attrezzature mediche, letti per la terapia intensiva, ventilatori e dispositivi di protezione.

In Libia, la Turchia sostiene apertamente il Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Tripoli, presieduto dal premier Fayez al-Sarraj. Negli ultimi giorni, le tensioni sono aumentate dopo che l’Egitto, schierato dalla parte dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) di Haftar, ha dichiarato che il suo Parlamento ha approvato all’unanimità, il 20 luglio, l’invio di soldati egiziani al di fuori dei confini nazionali. Per Tripoli, le iniziative del Cairo rappresentano un attacco contro la sovranità libica e minano la sua “legittima autorità”. “La decisione del Parlamento egiziano è una dichiarazione di guerra” ha affermato il ministro dell’Interno del GNA, Fathi Bashagha. Dal canto suo, Ankara, attraverso il suo presidente, Recep Tayyip Erdogan, ha dichiarato che non consentirà alcuna “azione sconsiderata” in Libia e ha ribadito il proprio sostegno alle forze tripoline. Inoltre, ha precisato Erdogan, la Turchia “non ha ambizioni in nessun Paese e le operazioni militari condotte mirano a garantire la sicurezza e il sostegno degli oppressi”.

Le ultime tensioni sono nate dalla volontà del governo di Tripoli di riprendere il controllo di Sirte e della base di al-Jufra. La prima è una città costiera vicina ai terminal di gas e petrolio della Libia, situata a metà tra Tripoli e Bengasi, motivo che la rende fonte di interesse sia per l’LNA sia per il GNA, ed i rispettivi alleati. Al-Jufra rappresenta un hub rilevante per le forze di Haftar, situato nel centro del Paese, a circa 650 km a Sud-Est di Tripoli. Prenderne il controllo significherebbe poter monitorare buona parte della Libia, a Est, Sud ed Ovest.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data di inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato vi è il governo di Tripoli, altresì noto come Governo di Accordo Nazionale (GNA), nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, e guidato dal premier Fayez al-Sarraj, il quale rappresenta l’unico esecutivo riconosciuto dall’Onu. In particolare, i suoi principali sostenitori sono la Turchia, l’Italia e il Qatar. Dall’altro lato vi è il governo di Tobruk del generale Khalifa Haftar, appoggiato da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia.

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Chiara Gentili

di Redazione

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