Siria: si riaccendono le tensioni a Idlib

Pubblicato il 22 luglio 2020 alle 10:56 in Medio Oriente Siria

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Idlib, provincia siriana situata nel Nord-Ovest del Paese, sta assistendo nuovamente ad episodi di tensione tra le forze del regime siriano, legate al presidente Bashar al-Assad, coadiuvate da Mosca, e i gruppi di opposizione, sostenuti da Ankara.

Il 5 marzo scorso, il presidente russo, Vladimir Putin, ed il suo omologo turco, Recep Tayyip Erdogan, avevano raggiunto un accordo di cessate il fuoco nella regione, volto a favorire il ritorno di sfollati e rifugiati. Tuttavia, da allora, vi sono state sporadiche violazioni della tregua, le quali sembrano essersi intensificate negli ultimi giorni. Secondo quanto riportato dal quotidiano al-Araby al-Jadeed il 21 luglio, i gruppi di opposizione hanno bombardato postazioni dell’esercito del regime siriano a Kafr Nabl, nella periferia di Idlib, mentre l’esercito turco ha colpito le forze governative stanziate a Jabal Al-Zawiya, nel Sud del governatorato Nord-occidentale.

A detta di fonti locali, gli attacchi dei ribelli e dell’alleato turco sono giunti in risposta alle recenti operazioni delle forze governative, le quali continuano a violare il cessate il fuoco soprattutto nelle aree situate tra la strada internazionale M4, che collega Aleppo e Latakia, e le zone controllate dal regime, nella periferia Sud di Idlib. Gli ultimi attacchi, giunti nel pomeriggio del 21 luglio, hanno interessato, in particolare, Al-Fateera, Kansafra, Al-Muzarra a Jabal Al-Zawiya, causando danni materiali anche alle proprietà civili. Parallelamente, i cittadini locali hanno riferito di continui voli di ricognizione da parte delle forze di Assad e di Mosca.

In tale quadro, fonti locali hanno affermato che uomini armati sconosciuti hanno attaccato la base turca nella periferia della città di Termanin, a Nord di Idlib, dove hanno preso di mira anche le guardie della base, membri dell’Esercito Nazionale Siriano, causando un morto e due feriti. Non da ultimo, nella notte tra il 20 e il 21 luglio, 2 civili sono morti e altri sono rimasti feriti a seguito di bombardamenti da parte delle forze del regime siriano nella città di Al-Bab, nell’area rurale di Aleppo, nel Nord della Siria.

Idlib rappresenta l’ultima roccaforte posta ancora sotto il controllo delle forze di opposizione ed è al centro di una violenta offensiva sin dal mese di aprile 2019. Un altro punto dell’accordo del 5 marzo prevede l’organizzazione di operazioni di pattugliamento congiunte tra Mosca e Ankara, da effettuarsi prevalentemente presso l’’autostrada M4, a circa 30 km dal confine meridionale della Turchia. Le pattuglie, sebbene siano riuscite a compiere diversi round, sono state spesso ostacolate non solo da gruppi di ribelli locali, ma anche da Hayat Tahrir al-Sham, un gruppo jihadista di ideologia salafita, affiliato ad Al-Qaeda.

Il team del Response Coordination Group, il 27 maggio, aveva riferito che, nonostante le sporadiche violazioni, l’interruzione dei combattimenti aveva consentito a più di 281.709 siriani di ritornare nelle proprie abitazioni ad Aleppo e Idlib. Tuttavia, sono 1.041.233 i cittadini costretti a sfollare da tali aree a seguito delle continue offensive ed operazioni militari condotte negli ultimi mesi, e sono numerosi i siriani che, visti altresì gli episodi degli ultimi giorni, hanno nuovamente lasciato le proprie abitazioni, soprattutto a Jabal al-Zawiya, dirigendosi verso gli accampamenti di Haranabush, nella periferia Nord di Idlib.

Prima della tregua del 5 marzo, Ankara aveva dato avvio all’operazione “Spring Shield”, esortando le forze di Assad, coadiuvate da Mosca, a ritirarsi dalla zona di de-escalation, nel Nord-Ovest della Siria. La nuova offensiva faceva seguito alla morte di circa 34 soldati turchi, deceduti a causa di un raid siriano a Idlib, il 27 febbraio. Si è trattato di un episodio che aveva fatto temere un ulteriore esacerbarsi delle tensioni, sebbene sia Ankara sia Mosca si fossero dette contrarie ad un conflitto diretto sul suolo siriano.

Il conflitto siriano, scoppiato il 15 marzo 2011 ed entrato oramai nel suo decimo anno, ha causato perdite pari a circa 530 miliardi di dollari. Il 40% delle infrastrutture è stato danneggiato, mentre il tasso di povertà è salito all’86%. Ciò significa che sono quasi 22 milioni i siriani considerati poveri. In termini di perdite di vite umane, poi, il conflitto siriano ha causato la morte di 690.000 persone, di cui 570.000 uccisi “in modo diretto”, mentre gli altri sono deceduti a causa delle condizioni sanitarie precarie. Parallelamente, sono circa 13 milioni i siriani che sono stati costretti ad abbandonare le proprie abitazioni, acquisendo lo status di rifugiato o sfollato interno, mentre sono 2.4 milioni i bambini, ovvero circa il 35% dei siriani in età scolare, che non riescono a frequentare le scuole del Paese.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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