Siria, Yarmouk: il piano di Assad mette a rischio le abitazioni del 60% dei rifugiati palestinesi

Pubblicato il 21 luglio 2020 alle 14:38 in Palestina Siria

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La popolazione palestinese, oltre a scrittori, giornalisti e attivisti, ha esortato il presidente siriano, Bashar al-Assad, a porre fine ai propri piani di riorganizzazione e riqualifica del campo profughi di Yarmouk, i quali priverebbero migliaia di rifugiati palestinesi delle proprie abitazioni.

La struttura di Yarmuk era stata istituita nel Sud di Damasco nel 1957, come centro non ufficiale destinato ad ospitare i palestinesi costretti ad abbandonare il loro territorio di origine dopo la creazione dello Stato di Israele, nel 1948. Prima dello scoppio della guerra civile siriana, il cui inizio risale al 15 marzo 2011, Yarmouk ospitava circa 160.000 rifugiati, i quali rappresentavano la maggiore comunità palestinese in Siria. Poi, a partire dal mese di dicembre 2012, il campo profughi è stato testimone di violenti scontri tra le forze governative e l’Esercito siriano libero (ESL), composto dai disertori dell’esercito regolare siriano che combattevano al fianco dei ribelli. Successivamente, Yarmouk è passato sotto il controllo dei gruppi estremisti, da Al-Nusra, affiliato ad Al-Qaeda, all’ISIS, fino a quando un’offensiva condotta dall’esercito di Assad tra aprile e maggio 2018 l’ha nuovamente posto sotto il controllo del regime. Tuttavia, nel corso degli ultimi due anni, molti residenti non hanno potuto far ritorno nelle proprie abitazioni, in quanto, a detta del governo, la zona è ancora ricoperta da macerie.

In tale quadro, il Working Group for the Palestinians of Syria accusa il regime di Assad di aver deliberatamente e sistematicamente distrutto il campo di Yarmouk, obiettivo di continui bombardamenti e offensive, condotti con il pretesto di liberare l’area dalla minaccia terroristica ma che, in realtà, hanno causato morte, distruzione, fame e ondate di sfollamento forzato. Non da ultimo, il governo siriano ha delineato un piano di riorganizzazione e riqualifica che, come sottolineato dagli attivisti, trasforma Yarmouk in un “quartiere del regime” dell’alta borghesia, mentre circa il 60% dei rifugiati rischia di perdere le proprie proprietà.

In particolare, il progetto, presentato dal governo siriano alla fine del mese di giugno, prevede la suddivisione del campo in tre zone distinte, a seconda dell’entità dei danni subiti. L’area con danni più ingenti sarà pari a 93 ettari, quella con danni di media entità equivarrà a 48 ettari, mentre la zona che ha riportato lievi danni sarà pari a 79 ettari. Secondo quanto stabilito, però, solo la popolazione residente nell’area da danni “lievi”, pari a meno del 40% della superficie totale del campo, potrà ritornare nelle proprie abitazioni. Ciò significa che nel restante 60%, sede dei quartieri più affollati e delle strade principali, i residenti palestinesi rischiano di vedere le proprie abitazioni espropriate dal governo di Assad. Quest’ultimo, dal canto suo, avvierà lavori di ricostruzione e riorganizzazione delle zone maggiormente colpite, demolendo edifici e strade.

Pertanto, sono diverse le organizzazioni attive a sostegno della popolazione palestinese che si oppongono al piano del governo siriano, timorose che un tale progetto, se attuato, possa provocare una nuova “Nakba”, ovvero un nuovo esodo della popolazione palestinese come quello avvenuto durante la guerra civile del 1947-48. Inoltre, il piano rappresenterebbe una forma di “aggressione” contro proprietà, negozi e aziende palestinesi, e distruggerebbe, in tal modo, l’identità di un’intera comunità. A tal proposito, Yarmouk verrebbe cancellato dalla “mappa dei rifugiati palestinesi”, in quanto acquisirebbe lo status di quartiere di Damasco.

Nel frattempo, la Siria continua tuttora ad assistere ad un perdurante conflitto, concentratosi, negli ultimi mesi, nella regione Nord-occidentale di Idlib, l’ultima roccaforte posta sotto il controllo dei gruppi di ribelli che si oppongono al regime di Assad. Da un lato, le forze governative sono coadiuvate da Mosca, mentre, dall’altro lato, i gruppi di opposizione sono sostenuti da Ankara. Tuttavia, il 5 marzo, il presidente russo, Vladimir Putin, ed il suo omologo turco, Recep Tayyip Erdogan, hanno raggiunto un accordo di cessate il fuoco, volto a consentire il ritorno dei rifugiati siriani presso Idlib e Aleppo. Si tratta, tuttavia, di una tregua sempre più vacillante.

Secondo il Syrian Center for Policy Research le perdite economiche provocate dai nove anni di conflitto ammontano a circa 530 miliardi di dollari. Il 40% delle infrastrutture è stato danneggiato, provocando perdite pari a circa 65 miliardi, ed il tasso di povertà è salito all’86%. Ciò significa che sono quasi 22 milioni i siriani considerati poveri. In termini di perdite di vite umane, poi, il conflitto siriano ha causato la morte di 690.000 persone, di cui 570.000 uccisi “in modo diretto”, mentre gli altri sono deceduti a causa delle condizioni sanitarie precarie. Parallelamente, sono circa 13 milioni i siriani che sono stati costretti ad abbandonare le proprie abitazioni, acquisendo lo status di rifugiato o sfollato interno, mentre sono 2.4 milioni i bambini, ovvero circa il 35% dei siriani in età scolare, che non riescono a frequentare le scuole del Paese.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo e inglese

di Redazione

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