Israele: un weekend di chiusure e proteste

Pubblicato il 20 luglio 2020 alle 11:26 in Israele Medio Oriente

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La popolazione israeliana ha continuato a manifestare il proprio malcontento contro il governo del premier Benjamin Netanyahu e il crescente deterioramento delle condizioni economiche, viste altresì le ulteriori restrizioni anti-Covid.

In particolare, dalla sera del 18 luglio, migliaia di manifestanti si sono riversati per le strade di Gerusalemme e Tel Aviv, in segno di protesta contro una classe governativa definita corrotta, non in grado di gestire la pandemia di coronavirus e le conseguenti ripercussioni economiche. Sebbene le prime proteste si fossero già verificate nei giorni precedenti, queste sono state ulteriormente alimentate dalle nuove restrizioni stabilite dal governo il 17 luglio e volte a contrastare una seconda ondata di Covid-19. A tal proposito, i cittadini israeliani accusano l’esecutivo di essere “distaccato dalla realtà”.

A Gerusalemme, in centinaia si sono radunati fuori alla residenza del primo ministro e poi hanno marciato per le strade della città, chiedendo le dimissioni di Netanyahu, altresì coinvolto in un triplo processo con accuse di corruzione, frode e abuso d’ufficio. Le forze dell’ordine, dal canto loro, hanno cercato di disperdere la folla di manifestanti impiegando cannoni ad acqua e, a detta della polizia, almeno due cittadini sono stati arrestati. A Tel Aviv, considerato l’hub commerciale di Israele, migliaia di israeliani si sono radunati in una manifestazione sulla spiaggia, chiedendo maggiori aiuti allo Stato per le imprese colpite dalle restrizioni e per coloro che hanno perso il lavoro o sono stati messi in congedo non retribuito, visto un crescente tasso di disoccupazione, al momento pari al 21%.

Nel frattempo, nel corso del fine settimana, negozi, centri commerciali e luoghi come ristoranti, centri estetici, piscine, musei, biblioteche e altri sono stati chiusi al pubblico, in base alle nuove disposizioni che mirano ad evitare di giungere nuovamente ad una “quarantena collettiva”. Tali luoghi rimarranno chiusi, ogni settimana, dal venerdì sera alla domenica mattina, fino a nuovo ordine, e per i bar e ristoranti è stato consentito solo il servizio di consegna a domicilio anche nei giorni feriali. Le disposizioni sono giunte mentre Israele, Paese con una popolazione pari a circa 9 milioni di abitanti, ha toccato quota 50.289 contagi, al 20 luglio, di cui 409 decessi. Ciò si è verificato dopo che, già nel corso del mese di maggio, il governo israeliano aveva cominciato ad allentare gradualmente le misure anti-Covid imposte per non aggravare ulteriormente l’economia, ma si è successivamente ritrovato a ritornare indietro sui suoi passi.

Parallelamente, Netanyahu, a capo di un governo di unità nazionale coadiuvato dal suo vice, nonché ex-rivale, Benny Gantz, è tuttora coinvolto in un triplice processo con accuse di frode, corruzione e abuso d’ufficio. L’incriminazione contro Netanyahu è giunta il 21 novembre 2019, ma, come stabilito dalla legge, il premier non sarà costretto a dimettersi fino a quando non sarà ufficialmente emessa una sentenza contro di lui. A tal proposito, il 19 luglio si è tenuta una seduta tecnica, senza la presenza di Netanyahu, in cui è stato discusso l’ordine di priorità in base al quale saranno esaminati i tre diversi dossier in questione.

Il primo è noto come “Caso 1000”, dove il premier è accusato di abuso d’ufficio, in quanto avrebbe ricevuto, tra il 2007 ed il 2016, regali dal valore di circa 240.000 dollari in cambio di agevolazioni fiscali per gli imprenditori mittenti dei regali, miliardari oltreoceano. Il “Caso 2000” vede Netanyahu impegnato in presunte negoziazioni con Arnon “Noni” Mozes, il proprietario di uno dei maggiori quotidiani israeliani, Yedioth Ahronoth, volte ad ottenere maggiore copertura mediatica in cambio di una circolazione limitata del quotidiano gratuito rivale, Israel Hayom. Quest’ultimo è di proprietà di un donatore di destra, Sheldon Adelson, considerato un portavoce del premier.

Infine, il caso considerato più rilevante è il “Caso 4000”, riguardante la relazione tra Netanyahu e l’azienda di telecomunicazioni Bezeq. Il primo ministro avrebbe offerto regolarmente benefici dal valore di circa 280.000 milioni di dollari, in cambio della pubblicazione di notizie a proprio favore su Walla News!, un quotidiano online. Inoltre, al centro delle indagini relative a tale caso vi è anche la fusione tra Bezeq e il gruppo televisivo YES, del 2015, quando Netanyahu era al Ministero delle Comunicazioni. I procuratori accusano il premier di essersi fatto corrompere per modificare la legislazione a favore di Bezeq, consentendo a quest’ultima di guadagnare ingenti somme.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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