Algeria e Tunisia propongono una nuova iniziativa per la pace in Libia

Pubblicato il 20 luglio 2020 alle 20:03 in Algeria Libia Tunisia

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Il presidente algerino, Abdelmadjid Tebboune, ha annunciato il lancio di una nuova iniziativa, in collaborazione con la Tunisia, per cercare di risolvere il conflitto libico attraverso la mediazione di Paesi africani neutrali. La proposta, ha specificato Tebboune, sarà portata avanti solo se le Nazioni Unite e il Consiglio di Sicurezza l’accetteranno. ”Nel pieno di un clima molto teso in Libia, ci sono tuttavia segnali positivi per risolvere la crisi nel Paese e una via potrebbe essere quella di un’iniziativa congiunta con la Tunisia”, ha spiegato Tebboune durante un’intervista televisiva, lunedì 20 luglio.

Secondo la prospettiva algerino-tunisina, la risoluzione della guerra in Libia deve passare esclusivamente attraverso il dialogo. In tal senso, il presidente di Algeri ha sottolineato che il vantaggio dei due Paesi promotori dell’iniziativa è quello di essere equidistanti dalle parti in conflitto e ha criticato la posizione dell’Egitto, che vuole fare affidamento sulle tribù libiche per giustificare un suo eventuale intervento militare. “I tentativi delle ultime ore di coinvolgere alcune tribù della Libia nel conflitto armato sono deplorevoli e rischiano di far precipitare la Libia nello stesso destino della Somalia”, ha dichiarato Tebboune nel corso dell’intervista.

Il16 luglio, il presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, ha affermato che il proprio Paese “non rimarrà fermo” di fronte alle perduranti minacce alla sicurezza interna e della regione nordafricana. Pertanto, si è detto disposto ad armare le tribù libiche locali affinché possano istituire un “esercito nazionale” in grado di affrontare le forze tripoline. Le parole del capo di Stato egiziano sono giunte nel corso di un meeting, svoltosi al Cairo il 16 luglio, con più di 50 anziani e dignitari di tribù affiliate all’Esercito Nazionale Libico (LNA), guidato dal generale Khalifa Haftar. L’obiettivo dell’incontro è stato delineare le future mosse dell’esercito egiziano a sostegno delle forze del comandante di Tobruk. Al-Sisi ha poi ribadito che le “linee rosse” poste in Libia, in riferimento soprattutto a Sirte e al-Jufra, rappresentano, in realtà, un invito alla pace e alla stabilità nel Paese e che l’Egitto non consentirà all’esercito tripolino e al suo alleato turco di trasformare i territori libici in un hub terroristico. Pertanto, Il Cairo è disposta ad intervenire militarmente e direttamente in Libia, sebbene previa autorizzazione del Parlamento egiziano, così come richiesto dalla Camera dei rappresentanti di Tobruk e dai delegati delle tribù libiche giunti al Cairo il 16 luglio, i quali hanno esortato le forze egiziane ad intervenire per salvaguardare la “sovranità libica”.

Nel frattempo, in linea con l’annuncio della nuova iniziativa, il presidente algerino Tebboune ha ricevuto, nella mattinata di lunedì 20 luglio, il capo della Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL), Stephanie Williams. In tale occasione, Tebboune ha rinnovato la richiesta del suo Paese per una soluzione politica alla crisi libica affermando che “è l’unico modo per andare avanti”. Secondo quanto reso noto da una dichiarazione della presidenza, le due parti hanno discusso degli sviluppi preoccupanti in Libia, alla luce degli sforzi delle Nazioni Unite per riprendere il processo di pace sulla base dei risultati ottenuti al termine della conferenza internazionale di Berlino del 19 gennaio.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, c’è il governo di Tripoli, altresì noto come Governo di Accordo Nazionale (GNA), nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Sarraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, vi è invece il governo di Tobruk, con a capo il generale Khalifa Haftar. Quest’ultimo riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. Anche la Giordania è considerata tra i principali esportatori di armi per Haftar. L’Italia, il Qatar e la Turchia, invece, appoggiano il governo riconosciuto a livello internazionale. 

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Chiara Gentili

di Redazione

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