Libia: Italia, Germania e Francia minacciano sanzioni, il GNA va verso Sirte

Pubblicato il 19 luglio 2020 alle 12:53 in Europa Libia

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Francia, Germania e Italia hanno minacciato per la prima volta sanzioni contro quei Paesi che non dovessero rispettare l’embargo delle armi in Libia via mare, terra e aria, spinte dalla preoccupazione per l’escalation del conflitto nordafricano sia a livello interno, sia regionale, il 18 luglio. Parallelamente, il Governo di Accordo Nazionale (GNA) del presidente Fayez Al-Sarraj ha spostato parte dei propri soldati verso la città di Sirte e la National Oil Corporation (NOC) ha chiesto il ritiro di mercenari stranieri dalle infrastrutture petrolifere libiche.

La presidenza francese ha rilasciato una dichiarazione congiunta firmata dalla cancelliera tedesca, Angela Merkel, dal premier italiano, Giuseppe Conte, e dal presidente francese, Emmanuel Macron, in seguito al loro incontro a Bruxelles. I tre si sono detti determinati ad imporre sanzioni se le violazioni dell’embargo sulle armi imposto dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu nel 2011 dovessero continuare e hanno affermato che resteranno in attesa di indicazioni dell’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell.

In tale contesto, il 18 luglio, le forze del GNA hanno spostato parte dei propri soldati in prossimità di Sirte, attuale centro delle tensioni con l’Esercito Nazionale Libico (LNA), guidate dal generale Khalifa Haftar. Alcuni testimoni hanno riferito di aver visto colonne di circa 200 veicoli dirigersi da Misurata verso Est lungo la costa, in direzione di Tawarga, a 200 km dalla città contesa.

Parallelamente, sempre il 18 luglio, la NOC ha denunciato la presenza dei mercenari russi del gruppo Wagner e di quelli sudanesi delle milizie Janjaweed nelle strutture petrolifere del porto di Sidra, dove ha sede il maggior deposito del Paese, e ha chiesto il loro ritiro. Lo scorso 11 luglio, dopo aver fatto ripartire il primo carico di petrolio da gennaio e aver fatto riprendere i contratti di fornitura all’estero della NOC, le forze del LNA avevano reimposto un blocco sulle esportazioni e sulla produzione di petrolio dalla Libia fin quando i proventi di tali vendite, attualmente gestiti dal GNA, non fossero stati redistribuiti tra le parti. La NOC aveva quindi accusato gli Emirati Arabi Uniti, alleati del LNA, di essere responsabili dell’accaduto ed è tornata ad accusarli di voler distruggere la produzione petrolifera libica, il 19 luglio.

In Libia è in corso un acceso conflitto tra il GNA di Tripoli e le forze del LNA, che risponde, invece, al governo di Tobruk. Il primo è presieduto da Al-Sarraj, è nato il 17 dicembre 2015 con gli accordi di Skhirat, firmati in Marocco e poi scaduti il 17 dicembre 2017, ed è stato ufficialmente riconosciuto dall’Onu, dall’Italia, dalla Turchia e dal Qatar. Le seconde invece sono legate al governo di Tobruk, sostenuto da Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Russia, Giordania e Francia.

Da gennaio 2020, Ankara è intervenuta nel conflitto libico a fianco del GNA per aiutarlo a difendersi dall’assedio di Tripoli, avviato da Haftar il 4 aprile 2019 e respinto il 4 giugno dell’anno successivo. L’intervento turco è stato decisivo e ha portato le forze del GNA in una condizione di superiorità, al punto che, il 6 giugno scorso, Haftar aveva proposto un cessate il fuoco con il sostegno dell’Egitto. La Turchia è intervenuta in Libia dispiegando mezzi aerei, armi e mercenari. Anche Il Cairo, Mosca e Abu Dhabi sono stati accusati ripetutamente dall’Onu di aver infranto l’embargo per sostenere Haftar.

Al momento, dal punto di vista militare, il centro delle tensioni libiche è rappresentato dalla città di Sirte, controllata dal LNA. Da un lato, il GNA si è detto determinato a riconquistarla insieme alla base area di Al-Jufra e ha chiesto ad Haftar di ritirarsi da tali posizioni se vuole raggiungere un cessate il fuoco. Dall’altro l’Egitto e la Russia hanno indicato tali luoghi come una “linea rossa” da non superare.

In particolare, il 24 giugno, Aguila Saleh, il capo del Parlamento di Tobruk, aveva dichiarato che avrebbe invocato l’intervento militare egiziano nel caso in cui Sirte, venisse attaccata, come già annunciato dal presidente dell’Egitto stesso, Abdel Fattah Al-Sisi, il 20 giugno scorso. Quest’ultimo ha poi ribadito la sua posizione durante un incontro con i rappresentanti di Tobruk dello scorso 16 luglio, quando si è detto disposto ad armare le tribù libiche locali affinché possano istituire un “esercito nazionale” in grado di affrontare le forze tripoline.

Il coinvolgimento di Paesi terzi in Libia è stato proibito dall’Onu lo scorso 12 febbraio con la Risoluzione 2510, con la quale, gli Stati membri si sono impegnati a non a non interferire nel conflitto libico e a non adottare alcun tipo di misura che possa aggravare ulteriormente la situazione, oltre a rispettare l’embargo sulle armi. A tal proposito, dallo scorso primo aprile, è attiva l’operazione Irini, una missione aerea e navale lanciata dall’Unione Europea nel Mediterraneo orientale, volta a far rispettare l’embargo in Libia. Il 24 aprile, Al-Sarraj si era opposto a tale missione, affermando che essa trascurasse il controllo dei confini terrestri, attraverso i quali avviene la maggior parte della fornitura di armi per l’esercito di Haftar. Tale posizione è stata sostenuta dagli USA che il 16 luglio hanno definito Irini non seria e hanno accusato l’UE di non controllare i traffici di mezzi militari russi, emiratini ed egiziani.

La Libia è teatro di una lunga guerra civile iniziata il 15 febbraio 2011 a cui ha fatto seguito, nell’ottobre dello stesso anno, la caduta del regime dittatoriale di Muammar Gheddafi. Da tale evento in poi, il Paese non è mai riuscito a realizzare una transizione democratica e al momento vede il fronteggiarsi dei governi di Tripoli e Tobruk.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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