USA: la Turchia ha inviato 3.800 mercenari in Libia ma non sono jihadisti

Pubblicato il 18 luglio 2020 alle 13:05 in Libia Turchia

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La Turchia ha assoldato e inviato in Libia tra i 3.500 e i 3.800 combattenti siriani da gennaio a marzo 2020, ma non si è trattato di jihadisti. Questo è quanto riportato da Associated Press il 18 luglio, citando il report sulle operazioni di lotta al terrorismo in Africa dell’ispettore generale del Dipartimento della Difesa americano, pubblicato il 16 luglio scorso.

In particolare, secondo tale documento, Ankara avrebbe pagato e offerto la cittadinanza turca a migliaia di mercenari siriani per combattere a fianco delle forze di Tripoli del Governo di Accordo Nazionale (GNA), del presidente Fayez Al-Sarraj, suo alleato, contro l’Esercito Nazionale Libico (LNA) di Tobruk, guidate dal generale Khalifa Haftar, in Libia.  Tuttavia, sempre secondo il Pentagono, nonostante le numerose accuse provenienti da più voci, non vi sono prove che colleghino i mercenari assoldati dalla Turchia né allo Stato Islamico né ad al-Qaeda. Secondo Washington, i combattenti sarebbero stati molto probabilmente motivati da generose somme di denaro ma non da ragioni ideologiche o politiche. Oltre ai mercenari, il report ha affermato che Ankara avrebbe inviato anche un numero non definito di soldati del proprio esercito.

Il documento americano è riferito solamente ai primi tre mesi dell’anno e non ha analizzato il periodo successivo, durante il quale, grazie al sostegno turco, le forze del GNA hanno respinto il 4 giugno scorso l’assedio di Tripoli, iniziato dalle milizie del LNA, il 4 aprile del 2019. L’intervento turco in Libia, approvato da Ankara nel gennaio del 2020, ha consentito un rapido cambiamento degli equilibri interni al conflitto, che ha visto il GNA sottrarre ad Haftar importanti posizioni come la base aerea di al-Watiya, collocata a 140 km a Sud-Ovest di Tripoli, il 18 maggio scorso, la città di Tarhuna il successivo 5 giugno e quella di Bani Walid il giorno dopo. Difronte a tale scenario, Haftar il 6 giugno aveva proposto un cessate il fuoco con il sostegno dell’Egitto, suo alleato, che è stato però respinto dal GNA e dalla Turchia.

Secondo il report del Pentagono, prima di tali vittorie è probabile che la Turchia abbia aumentato l’invio di mercenari in Libia già dal mese di Aprile, citando informazioni del Comando Africano degli Stati Uniti (AFRICOM) secondo le quali almeno 300 uomini sarebbero arrivati dalla Siria in quel mese. In cambio del suo sostegno, il GNA riconoscerà ad Ankara ampi diritti nel Mediterraneo orientale e vantaggi economici in Libia, dove potrebbe istituire due basi militari, di cui una ad al-Watiya, ma tale prospettiva è fortemente opposta dai sostenitori di Tobruk.

Da un lato la Turchia è il maggior alleato militare del GNA che è riconosciuto ufficialmente anche dall’Onu, dall’Italia e dal Qatar. Dall’altro, l’esercito di Haftar e il governo di Tobruk, a cui è legato, sono sostenuti invece da Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Russia, Giordania e Francia.

A tal proposito, nel report, il Pentagono ha ribadito sia l’immissione in Libia di centinaia di mercenari del gruppo privato Wagner da parte di Mosca per sostenere le forze di Haftar durante l’assedio di Tripoli, sia l’invio di cecchini addestrati e droni armati russi nell’autunno del 2019. Inoltre, dopo l’invio di mercenari da parte della Turchia, il gruppo Wagner avrebbe intensificato la presenza di combattenti, anche siriani, per un totale che oscillerebbe tra gli 800 e i 2.500 uomini. In particolare, il regime siriano di Damasco e la Russia avrebbero deciso di inviare tra 300 e 400 ex-ribelli provenienti dal governatorato siriano di Quneitra, accordando loro una cifra mensile di 1.000 dollari.

Già dal 27 maggio, il Pentagono aveva accusato la Russia di aver inviato dalla Siria 14 aerei da combattimento in Libia, lo scorso 15 luglio, ha poi  sostenuto che Mosca abbia seminato numerose trappole esplosive a Tripoli che hanno finora ucciso 52 persone e ne hanno ferite 96. Tuttavia, un portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha respinto tutte le accuse americane sostenendo che il proprio Paese non è coinvolto in alcun modo in Libia.

Al momento, dal punto di vista militare, il centro delle tensioni libiche è rappresentato dalla città e hub petrolifero di Sirte, controllata dall’esercito di Haftar. Da un lato, il GNA si è detto determinato a riconquistarla insieme alla base area di Al-Jufra e ha chiesto ad Haftar di ritirarsi da tali posizioni se vuole raggiungere un cessate il fuoco. Dall’altro l’Egitto e la Russia hanno indicato tali luoghi come una “linea rossa” da non superare e, in particolare, il 24 giugno, Aguila Saleh, il capo del Parlamento di Tobruk, ha dichiarato che invocherà l’intervento militare egiziano nel caso in cui Sirte, venisse attaccata, come già annunciato dal presidente dell’Egitto stesso, Abdel Fattah Al-Sisi, il 20 giugno scorso.

Al-Sisi ha ribadito la sua posizione durante un incontro con i rappresentanti di Tobruk dello scorso 16 luglio, quando si è detto disposto ad armare le tribù libiche locali affinché possano istituire un “esercito nazionale” in grado di affrontare le forze tripoline.Il 17 luglio, allora, lo stesso presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha criticato l’interferenza egiziana e quella emiratina a sostegno di Haftar, ampliando il dibattito non solo alla possibile azione egiziana, che ha definito illegale, ma anche alle presunte manovre di Abu Dhabi per bloccare la produzione petrolifera libica e impedire che il GNA ne riceva i proventi.

La Libia è teatro di una lunga guerra civile iniziata il 15 febbraio 2011 a cui ha fatto seguito, nell’ottobre dello stesso anno, la caduta del regime dittatoriale di Muammar Gheddafi. Da tale evento in poi, il Paese non è mai riuscito a realizzare una transizione democratica e al momento vede il fronteggiarsi dei governi di Tripoli e Tobruk. Il GNA di Al-Sarraj è nato il 17 dicembre 2015 con gli accordi di Skhirat, firmati in Marocco e poi scaduti il 17 dicembre 2017.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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