I Paesi Bassi accolgono le nuove proposte emerse dal vertice europeo

Pubblicato il 18 luglio 2020 alle 18:43 in Europa Paesi Bassi

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I Paesi Bassi hanno accolto positivamente le nuove proposte emerse dal secondo giorno di negoziati tra i 27 leader dell’Unione Europea (UE), sabato 18 luglio, per finanziamenti in grado di stimolare l’economia continentale dopo la crisi causata dal coronavirus, il cosiddetto Recovery Fund, ma un accordo definitivo in materia sembra ancora lontano.

Un diplomatico olandese ha rivelato a Reuters che l’ultima proposta in materia di governance avanzata dal presidente del Consiglio Europeo, Charles Michael, il quale presiede il summit, è stata un importante passo, mosso nella direzione giusta ma, restano ancora aperte molte questioni e tutto dipenderà da come si evolveranno i negoziati in corso.

Il primo vertice in presenza dalla diffusione del coronavirus nel continente tra i leader europei si è aperto il 17 luglio per elaborare un piano di salvataggio dell’economia post-pandemia che ha in programma l’approvazione di un pacchetto di stimoli da 750 miliardi di euro per i Paesi più colpiti, come proposto dal piano di bilancio 2020-2027 dell’UE per la ripresa economica, dal valore di 1.074 trilioni di euro, presentato dal presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, il 10 luglio scorso.  

Tra le nuove proposte del 18 luglio, ci sarebbe la riduzione dei sussidi interni al pacchetto da 500 a 450 miliardi, dei totali 750. Oltre a questo, è stata discussa l’introduzione di un “freno d’emergenza” sulla loro erogazione, per accontentare la richiesta di garanzie sulle sovvenzioni di quegli Stati che preferirebbero che i Paesi più colpiti dalla crisi contraessero invece dei prestiti.

I Paesi Bassi, seguiti da Austria, Danimarca e Svezia, con i quali formano i cosiddetti “Stati Frugali”,  sostengono irremovibilmente che ogni nuova forma di debito debba essere sorvegliata rigorosamente e vorrebbero che il pacchetto di aiuti venisse ridotto così come la porzione di sovvenzioni da esso previste. Gli “Stati frugali” hanno chiesto che ogni forma di debito o sovvenzione sia vincolata a rigide condizioni che assicurino che quei Paesi con un debito già alto portino avanti riforme del mercato del lavoro, sotto la sorveglianza del Consiglio europeo.

Il 18 luglio, il primo ministro olandese,Mark Rutte, ha affermato che le sue proposte e azioni sono per il bene dell’UE intera perché uscire dalla crisi in una posizione di forza è anche nell’interesse di Italia e Spagna. Il giorno precedente, Rutte aveva proposto di accordare il diritto di veto a tutti gli Stati membri per decidere sulla distribuzione del pacchetto economico e sui piani di riforma dei singoli Paesi che, secondo Rutte, dovrebbero essere approvati all’unanimità prima di consentire a chi li riceve l’accesso ai fondi dell’Unione.

In risposta al primo ministro olandese, il 17 luglio, il premier italiano, Giuseppe Conte, aveva affermato che la sua proposta sulla governance del Recovery Fund fosse “inconcepibile con i trattati e impraticabile sul piano politico” ed era stato appoggiato dal suo omologo spagnolo, Pedro Sanchez. Entrambi hanno sostenuto un ritorno alla proposta della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che prevedrebbe di delegare l’intera gestione nelle mani della Commissione stessa. Il 18 luglio, Conte ha poi ribadito che l’Italia affronterà un percorso di riforme ma vorrà che la politica fiscale comune sia seria e in grado di affrontare questioni quali surplus commerciali e dumping fiscali, per “competere ad armi pari”.

Oltre agli scontri tra Rutte e Conte, tra le proposte emerse per superare l’impasse c’è stata quella del Primo Ministro bulgaro, Boyko Borissov, che ha avanzato l’ipotesi di coinvolgere i ministri delle Finanze dei Paesi UE per controllare i nuovi debiti, anziché lasciare tale compito alla sola Commissione. Tuttavia, a detta di alcuni come il politico europeo Guy Verhofstadt, ciò potrebbe minare la democrazia stessa dell’UE.

Al di là del Recovery Fund, restano ancora aperte altre questioni tra cui decidere sulla possibilità di negare i finanziamenti a quei Paesi che non rispettano gli standard di democrazia europei. A tal proposito, l’Ungheria ha sostenuto la posizione della Polonia che ha minacciato di imporre il proprio veto sull’intero pacchetto d’aiuti se dovesse profilarsi un meccanismo di esclusione dei Paesi che trasgrediscono i principi democratici.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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