Mali: il premier si scusa per “l’uso eccessivo della forza” contro le proteste

Pubblicato il 18 luglio 2020 alle 7:11 in Africa Mali

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Il primo ministro del Mali, Boubou Cisse, si è scusato per gli “eccessi” commessi dalle forze di sicurezza, accusate di aver aperto il fuoco contro i manifestanti antigovernativi, ma si è rifiutato di scendere a compromessi con l’opposizione, affermando che il presidente, Ibrahim Boubacar Keita, non si dimetterà.

La scorsa settimana, le proteste esplose nella capitale, Bamako, e in altre parti del Paese, erano diventate violente, con alcuni manifestanti che avevano occupato gli edifici statali e si erano scontrati con le forze dell’ordine. Gli agenti, nei disordini della settimana, erano stati accusati di aver ucciso almeno 11 persone.

“Sfortunatamente, ci sono stati degli eccessi. Quello che è successo è davvero deplorevole. Ci scusiamo per questo”, ha dichiarato il primo ministro Cisse in un’intervista all’emittente France 24, trasmessa giovedì 16 luglio. I pubblici ministeri, stando alle parole del premier, hanno aperto un’indagine sulle uccisioni e l’uso della forza da parte degli agenti di sicurezza. Martedì 14 luglio, Cisse aveva scritto al Ministero della Sicurezza chiedendo spiegazioni in merito al dispiegamento di truppe per le operazioni speciali antiterrorismo nelle strade di Bamako.

Le proteste stanno dando voce a una frustrazione generale dovuta agli attacchi crescenti dei gruppi armati e alle numerose violenze interetniche. Keita, che è al potere dal 2013, ha promesso di incontrare i rappresentanti di vari partiti, con l’obiettivo di “allentare la situazione politica”. Tuttavia, la coalizione di opposizione, formata da leader religiosi, politici e da personaggi della società civile, ha affermato che il presidente sembra “ignorare le richieste” del movimento. Queste includono lo scioglimento del Parlamento e la formazione di un governo di transizione in grado di soddisfare i bisogni della popolazione. “Ribadiamo la nostra determinazione a ottenere con mezzi legali e legittimi le dimissioni definitive del capo dello Stato”, sottolinea la dichiarazione del cosiddetto “Movimento del 5 giugno” (M5-RFP), che guida le manifestazioni.

Una delegazione del blocco regionale dell’Africa occidentale, ECOWAS, è arrivata a Bamako, questa settimana, per cercare di offrire la propria mediazione nella risoluzione della controversia. Gli oppositori di Keita, tuttavia, si rifiutano di ritirare la richiesta di dimissioni del presidente e il primo ministro Cisse ha ribadito che Keita non lascerà il suo posto. “È inconcepibile questa richiesta perché il presidente è stato eletto democraticamente”, ha dichiarato il premier. “Penso che sia importante che chiunque arrivi a questo livello di responsabilità nel nostro Paese ci arrivi attraverso un processo democratico”, ha aggiunto. La delegazione ECOWAS, guidata dall’ex presidente nigeriano Goodluck Jonathan, ha incontrato, venerdì 17 luglio, Keita e i leader dell’opposizione.

Il lento ritmo delle riforme politiche, un’economia in crisi, la mancanza di finanziamenti per i servizi pubblici e una percezione, ampiamente condivisa, di una corruzione dilagante tra le sfere del potere stanno alimentando il sentimento anti-Keita. Il malcontento è esploso a inizio giugno, dopo che i risultati delle elezioni parlamentari hanno assegnato la vittoria al partito legato al presidente, ovvero il Raggruppamento per il Mali (Rpm). Il secondo turno elettorale si è tenuto il 19 aprile, nel mezzo della pandemia di coronavirus, e ha registrato una delle affluenze più basse nella storia del Mali, pari a circa il 35%. Il primo turno di votazioni, rinviato da tempo, si era invece tenuto il 29 marzo. Entrambe le tornate elettorali sono state segnate da insicurezza e macchiate da rapimenti, saccheggi e aggressioni indiscriminate contro i cittadini che sono andati a votare. Gli incidenti si sono verificati soprattutto nelle regioni del Nord e del Centro. Tra questi, ci sono stati sequestri e uccisioni. Nonostante il dispiegamento di circa 1.600 osservatori indipendenti, ci sono state anche minacce di morte e vari saccheggi di seggi elettorali. È stata la prima volta dal 2013 che i cittadini del Mali hanno potuto votare, dopo vari rinvii, i nuovi parlamentari all’interno dell’Assemblea nazionale.

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Chiara Gentili

di Redazione

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