Hong Kong verso le elezioni, cacciati i rappresentanti di Taiwan

Pubblicato il 18 luglio 2020 alle 9:13 in Cina Hong Kong Taiwan

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Ad Hong Kong sono iniziate il 18 luglio le due settimane di tempo per la registrazione dei candidati che si presenteranno alle prossime elezioni del Consiglio Legislativo, il prossimo 6 settembre, e nelle liste figureranno quei candidati pro-democrazia scelti dalle primarie dell’11 e 12 luglio, già messe in discussione dall’esecutivo di Hong Kong. Intanto, al direttore dell’ufficio per la rappresentanza di Taiwan a Hong Kong è stato negato il visto, per essersi rifiutato di sottoscrivere una dichiarazione di sostegno al principio di “una sola Cina” che considera Taiwan e la Repubblica Popolare cinese (RPC) come un solo Paese.

Durante il periodo di registrazione, i partiti pro-democrazia presenteranno nuovi e giovani candidati , individuati durante le primarie ufficiose organizzate gli scorsi 11 e 12 luglio. In tale occasione, l’opposizione all’attuale governo ha deciso di fare fronte comune e restringere il numero di rappresentanti per il prossimo 6 settembre, nella speranza di poter ottenere le cosiddette “35+” sedute, delle 70 disponibili nel Consiglio legislativo. Oltre 610.000 persone hanno votato, superando  le aspettative degli organizzatori che speravano in almeno 170.000 presenze, ossia il 10% del loro elettorato. Alle elezioni locali dello scorso 24 novembre, il fronte pro-democrazia aveva ottenuto 1,7 milioni di voti dei 2,94 milioni di votanti garantendosi 278 dei 344 seggi nel consiglio distrettuale.

Tuttavia, il 13 luglio, la governatrice di Hong Kong, Carrie Lam, ha affermato che le primarie potrebbero aver violato la legge sulla sicurezza nazionale per Hong Kong, approvata il 30 giugno scorso, classificandosi come azione sovversiva, perché lo scopo delle “35+” sedute sarebbe quello di resistere ad ogni politica e iniziativa del governo di Hong Kong.   Il meccanismo delle primarie inoltre non è previsto dalla legge elettorale dell’isola e, a detta della sua governatrice, la loro organizzazione avrebbe promosso ingiustizia. Per tali ragioni, il suo governo avvierà un’indagine e, se necessario, adotterà le azioni necessarie a punire i responsabili. Negli ultimi quattro anni, le autorità dell’isola hanno impedito a 18 rappresentanti democratici di candidarsi alle elezioni locali e, nel 2016, altri sei esponenti del movimento non hanno potuto presentarsi a quelle per il Consiglio legislativo.

Intanto, secondo quanto rivelato dal South China Morning Post il 18 luglio, il direttore l’Ufficio Economico e Culturale di Taipei (TECO) ad Hong Kong, Kao Ming-tsun, e altri due funzionari avrebbero lasciato l’isola nella sera del 16 luglio, dopo essersi rifiutati di firmare una dichiarazione emessa dal governo locale in cui era loro richiesto di riconoscere, durante la loro permanenza sull’isola, il principio “una sola Cina”, lo stato di diritto di Hong Kong e della sua Basic Law, una legge nazionale della RPC che funge da costituzione de facto per Hong Kong e al cui Allegato III è stata inserita la nuova legge per la sicurezza per Hong Kong. La firma della dichiarazione è stata posta come prerequisito dalle autorità di Hong Kong per accordare il rinnovo del visto ai tre funzionari taiwanesi che hanno quindi deciso di andarsene. L’ufficio da loro presieduto funge da collegamento con Taiwan ed è una rappresentanza de facto del suo governo.

Secondo il principio di “una sola Cina”, l’isola di Taiwan e il territorio occupato dalla RPC formano un solo Paese di cui l’isola sarebbe una provincia. Tuttavia, a Taipei è presente un governo autonomo noto come Repubblica di Cina (ROC) con a capo la presidente avversa a Pechino Tsai Ing-wen, la quale ha sempre categoricamente respinto il principio di “una sola Cina”. Hong Kong, invece, è una regione amministrativa speciale della RPC dal primo luglio 1997, quando fu ceduta dal Regno Unito. Da allora, le sue relazioni con il governo centrale sono state regolate dal modello “un Paese, due sistemi”, volto a garantire un certo grado di indipendenza ad Hong Kong, che negli anni si era sviluppata su un modello economico, politico e sociale inglese e capitalista, molto distante dal modello del socialismo con caratteristiche cinesi.

Lo scorso 30 giugno, il Comitato permanente dell’Assemblea Nazionale del Popolo (ANP), l’organo che detiene il potere legislativo della Repubblica Popolare Cinese (RPC), ha approvato la “Legge della regione amministrativa speciale di Hong Kong della Repubblica Popolare Cinese per la salvaguardia della sicurezza nazionale”, entrata in vigore dalla mezzanotte del successivo primo luglio. Con tale legge sono stati proibiti movimenti secessionisti e sovversivi, interferenze straniere e atti di terrorismo, ed è stata istituita la Commissione di Salvaguardia della Sicurezza Nazionale che prevede l’impiego di forze dell’ordine rispondenti al governo centrale di Pechino. Per molti, tale legge infrangerebbe il principio “un Paese, due sistemi”, erodendo l’autonomia e le libertà di Hong Kong.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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