Siria: nuovi “sviluppi pericolosi”

Pubblicato il 17 luglio 2020 alle 9:59 in Medio Oriente Siria

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Un civile è stato ucciso e almeno altri 10 cittadini sono rimasti feriti a seguito di un attacco aereo russo condotto nel Nord della Siria. Nel frattempo, anche in altre regioni siriane settentrionali si teme un nuovo confronto indiretto tra Russia e Turchia.

Secondo quanto riportato dal quotidiano al-Araby al-Jadeed, il bombardamento ha colpito, nella notte tra il 15 ed il 16 luglio, i quartieri residenziali della città di al-Bab, situata nella periferia Est di Aleppo, nel Nord della Siria. La Difesa civile siriana ha dichiarato che sono 9 i civili rimasti feriti, tra cui un bambino in condizioni critiche, stando ad un bilancio iniziale, mentre per l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani (SOHR) il bombardamento ha causato la morte di una persona e il ferimento di più di altri 10 civili, tra cui bambini e donne.

A detta di fonti locali, sono stati due gli attacchi aerei perpetrati contro i quartieri residenziali di al-Bab nella notte tra il 15 ed il 16 luglio. Tuttavia, per la Coalizione nazionale siriana delle forze di opposizione, si è trattato di uno “sviluppo pericoloso”, nonché di un ulteriore crimine perpetrato dalle forze di Mosca. Per tale motivo, la coalizione ha condannato l’episodio ed ha considerato la Russia responsabile di qualsiasi conseguenza che potrebbe derivarne, tra cui un’eventuale nuova escalation.

Si pensa che, in realtà, l’obiettivo di Mosca fosse rappresentato dalle postazioni dell’Esercito Nazionale Siriano e di altri gruppi filo-turchi. Nel corso della giornata del 16 luglio, aerei russi hanno lanciato attacchi aerei in diverse aree rurali nel Nord di Latakia e nel Sud di Idlib, provocando vittime civili. Precedentemente, il 15 luglio, altri due civili erano stati uccisi a seguito di attacchi missilistici condotti contro la città di Ariah da parte delle forze del regime siriano, affiliate al presidente Bashar al-Assad.

Si tratta di episodi che rischiano di minare la tregua stabilita il 5 marzo scorso proprio da Mosca e Ankara. In tale data, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ed il suo omologo russo, Vladimir Putin, hanno concordato un cessate il fuoco per la regione Nord-occidentale di Idlib, con il fine ultimo di facilitare il ritorno di rifugiati e sfollati siriani. La tregua è stata pressoché rispettata nel corso degli ultimi mesi, ad eccezione di sporadiche violazioni commesse perlopiù dalle forze del governo siriano e degli attacchi contro le pattuglie congiunte russo-turche sulla strada internazionale M4, che collega Aleppo e Latakia. Anche tali operazioni erano state stabilite con l’accordo del 5 marzo.

Parallelamente, droni, presumibilmente turchi, hanno colpito, il 16 luglio, alcune postazioni delle Syrian Democratic Forces (SDF), situate nelle vicinanze del centro di coordinamento tra Mosca e le SDF, nel quartiere di Sina’a, nel Sud del governatorato di Hasaka, nella Siria Nord-orientale. Tuttavia, fonti interne alle SDF hanno riferito che l’esplosione, in realtà, non è stata causata da un “bombardamento aereo nemico”, bensì da un cortocircuito all’interno di un magazzino dove erano stati depositati resti di armamenti sequestrati allo Stato Islamico. Dal canto loro, gli abitanti del Nord della Siria temono che presto assisteranno ad una nuova escalation, che interromperà nuovamente la tregua del 5 marzo, soprattutto alla luce dei continui rinforzi giunti nelle aree settentrionali sia per Ankara sia per Mosca.

Prima della tregua del 5 marzo, Ankara aveva dato avvio all’operazione “Spring Shield”, esortando le forze di Assad, coadiuvate da Mosca, a ritirarsi dalla zona di de-escalation, nel Nord-Ovest della Siria. La nuova offensiva faceva seguito alla morte di circa 34 soldati turchi, deceduti a causa di un raid siriano a Idlib, il 27 febbraio. Si è trattato di un episodio che aveva fatto temere un ulteriore esacerbarsi delle tensioni, sebbene sia Ankara sia Mosca si fossero dette contrarie ad un conflitto diretto sul suolo siriano.

Idlib, al momento, rappresenta l’ultima roccaforte posta ancora sotto il controllo dei gruppi ribelli, i quali si oppongono al governo del presidente siriano Assad nella cornice del perdurante conflitto, scoppiato il 15 marzo 2011. Erdogan, dal canto suo, ha promosso quattro operazioni nel Nord della Siria, con il fine di evitare la formazione di un corridoio verso il confine turco usufruibile dai “terroristi” e di stabilire la pace nella regione. Tra queste, vi è l’operazione “Fonte di pace”, lanciata il 9 ottobre 2019 contro le SDF, guidate dalle Unità di Protezione Popolare, considerate il principale alleato degli Stati Uniti nella lotta contro l’ISIS in Siria, e che, proprio grazie a tale alleanza, sono riuscite a prendere il controllo di una vasta area nelle zone settentrionali ed orientali della Siria. “Fonte di pace” si è conclusa il 22 ottobre 2019. 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione