Macron e al-Sisi concordano sulla necessità di porre fine all’ingerenza straniera in Libia

Pubblicato il 16 luglio 2020 alle 16:27 in Egitto Francia Libia

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Il presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, e il suo omologo francese, Emmanuel Macron, hanno scambiato i rispettivi punti di vista sugli ultimi sviluppi in Libia durante una telefonata nella serata del 15 luglio, stando a quanto annunciato dalla presidenza del Cairo.

In tale occasione, entrambe le parti hanno concordato sulla necessità di porre fine agli interventi stranieri nel conflitto libico, i quali minano sia la stabilità del Paese sia la sicurezza dell’intera regione nordafricana. Macron e al-Sisi hanno inoltre ribadito l’importanza di un coordinamento continuo tra i due Paesi nel prossimo periodo al fine di risolvere la crisi.

A questo proposito, il presidente egiziano ha sottolineato gli sforzi del proprio Paese per proporre una soluzione che onori la volontà del popolo libico, e preservi allo stesso tempo le risorse, l’unità e l’integrità territoriale della nazione, proteggendo altresì la sicurezza interna dell’Egitto sul suo fronte geografico occidentale.

Da parte sua, Macron ha elogiato l’impegno egiziano di promuovere la sicurezza e la stabilità in Libia, nel quadro della Dichiarazione del Cairo, annunciata da al-Sisi lo scorso 6 giugno. In particolare, quest’ultima proponeva “il ritiro di tutti i mercenari stranieri dal territorio libico, lo smantellamento delle milizie e la consegna delle armi”, oltre all’organizzazione di elezioni presidenziali sotto l’egida delle Nazioni Unite, e all’elaborazione di una dichiarazione costituzionale per regolamentare le elezioni da fissare in una fase successiva. Infine, l’iniziativa prevedeva la formazione di un nuovo consiglio presidenziale che includesse un presidente, due vicepresidenti e un primo ministro, tutti nominati per un mandato di un anno e mezzo, che poteva essere prorogato fino a un massimo di altri sei mesi.

La Dichiarazione del Cairo è stata lanciata dall’Egitto in un momento in cui le milizie del governo di Tripoli, anche noto come Governo di Accordo Nazionale (GNA), sostenuto dalla Turchia, hanno annunciato unoffensiva per la presa della città costiera di Sirte, una delle principali porte d’accesso ai maggiori giacimenti petroliferi della parte orientale del Paese, tuttora sotto il controllo delle forze dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), guidato dal generale Khalifa Haftar e appoggiato dall’Egitto. Già allora, il presidente francese aveva accolto con favore l’iniziativa, evidenziando l’importanza di una soluzione politica compatibile con le pertinenti risoluzioni delle Nazioni Unite e gli sforzi internazionali. 

Tuttavia, sempre il 15 luglio, a margine di tali dichiarazioni, l’esercito del GNA ha rivelato di aver individuato un carico di rifornimenti militari provenienti dall’Egitto e diretti verso la città di Tobruk, nel Nord-Est del Paese, roccaforte di Haftar. Nello specifico, tali sviluppi seguono le dichiarazioni rilasciate nella stessa giornata dal portavoce dell’LNA, Ahmed al-Mismari, il quale ha affermato che nelle prossime ore le aree di Sirte e al-Jufra potrebbero assistere ad una “grande battaglia”. Le immagini pubblicate dall’operazione Vulcano di Rabbia, diretta dal governo di Tripoli, mostrano alcune persone in uniforme militare poste accanto a veicoli che trasportano armi e attrezzature belliche. Al riguardo, tuttavia, l’esercito del GNA non ha fornito ulteriori dettagli.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data di inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato vi è il governo di Tripoli, altresì noto come Governo di Accordo Nazionale (GNA), nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, e guidato dal premier Fayez al-Sarraj, il quale rappresenta l’unico esecutivo riconosciuto dall’Onu. In particolare, i suoi principali sostenitori sono la Turchia, l’Italia e il Qatar. Dall’altro lato vi è il governo di Tobruk del generale Khalifa Haftar, appoggiato da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia

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Mariela Langone

di Redazione

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