La Tunisia di nuovo in crisi: si dimette il primo ministro

Pubblicato il 16 luglio 2020 alle 12:33 in Africa Tunisia

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Il primo ministro tunisino, Elyes Fakhfakh, ha rassegnato le dimissioni, nella serata di mercoledì 15 luglio, in seguito al contenzioso con il partito di maggioranza, Ennahda, che in giornata aveva deciso di ritirare la sua fiducia al governo. La decisione è stata presa, secondo quanto si apprende da una nota della presidenza, dopo un incontro tra il premier, il capo di Stato, Kais Saied, e il presidente del Parlamento, nonché leader di Ennahda, Rached Ghannouchi. “Durante l’incontro, il presidente della Tunisia ha annunciato di aver ricevuto le dimissioni di Elyes Fakhfakh dal ruolo di primo ministro”, si legge nella dichiarazione. Fakhfakh lascia l’incarico dopo meno di 5 mesi dal suo insediamento.

Evitando di menzionare esplicitamente le speculazioni sui sottostanti disaccordi tra Saied e Fakhfakh, da un lato, e Ghannouchi, dall’altro, la nota presidenziale ha sottolineato che “il capo di Stato ha voluto ribadire, anche in tale occasione, la sua determinazione a non entrare in conflitto con nessuno”. Relativamente alle recenti questioni legali che hanno coinvolto la figura di Fakhfakh e che hanno contribuito a far esplodere i disaccordi tra Ennahda e il primo ministro, la dichiarazione ha precisato che “il giusto processo di legge deve andare avanti ma che la dignità di ciascuno deve essere preservata”.

La credibilità del premier aveva cominciato a vacillare quando, a fine giugno, un membro indipendente del Parlamento aveva pubblicato una serie di documenti da cui era emerso che alcune società, di cui Fakhfakh possedeva quote e titoli azionari, avrebbero vinto appalti statali per un valore di circa 15 milioni di dollari. In sua difesa, il primo ministro aveva dichiarato di aver venduto le suddette azioni, ma, allo stesso tempo, aveva detto di essere pronto ad affrontare la giustizia e a dimettersi in caso di colpevolezza. Il Ministero dell’anticorruzione aveva formato, il 30 giugno, un comitato di controllo pubblico con il compito di esaminare la questione e riferire entro tre settimane.

Da quel momento, le richieste di Ennahda erano diventate sempre più incalzanti. Prima, il 12 luglio, il partito aveva preteso le dimissioni immediate del primo ministro e del suo governo. Poi, tre giorni dopo, il 15 luglio, aveva annunciato che avrebbe ritirato la fiducia all’esecutivo, provocando una crisi di governo a meno di 5 mesi dalla sua formazione.

Le dimissioni del primo ministro, pertanto, hanno evitato il dibattito parlamentare sulla proposta del voto di sfiducia, presentata dal partito islamico-moderato. Secondo quanto riferito dalla rivista The Arab Weekly, la mozione era già stata firmata da 105 legislatori su 217, tra cui diversi parlamentari di Ennahda, Qalb Tounes e della Dignity Coalition, nonché un certo numero di figure indipendenti.Un totale di 109 voti sarebbe stato necessario per l’approvazione della risoluzione.

Il primo ministro ha dichiarato che le sue dimissioni sono state rassegnate per “evitare di spianare la strada alla crisi e di provocare ulteriori difficoltà per il Paese”. Fakhfakh, tuttavia, ha avvertito “tutti coloro che tentano di danneggiare la sicurezza e gli interessi del Paese” che continuerà a “farsi carico delle proprie responsabilità”.

Il premier era stato incaricato dal presidente Saied di formare un nuovo governo il 20 gennaio 2020. La coalizione era stata poi approvata dal Parlamento il 27 febbraio, con 129 voti su 217. Diverse le sfide che l’esecutivo era stato chiamato ad affrontare, soprattutto a livello economico, dopo anni di crescita lenta, disoccupazione persistente, deficit pubblico elevato, debito in aumento, inflazione e servizi pubblici in deterioramento. Non da ultimo, l’emergenza sanitaria provocata dalla crisi del coronavirus.

Il presidente dovrà ora nominare un sostituto per iniziare le consultazioni volte a formare un nuovo governo. La Tunisia, che da sempre viene elogiata come storia di successo per la transizione democratica avvenuta dopo le rivolte della primavera araba, nel 2011, si ritrova ora ad affrontare una nuova impasse politica a pochi mesi dalle ultime elezioni parlamentari, tenutesi il 6 ottobre 2019.

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Chiara Gentili

di Redazione

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