Migranti etiopi bloccati in Yemen accusati di essere “portatori” del coronavirus

Pubblicato il 15 luglio 2020 alle 14:31 in Etiopia Immigrazione Yemen

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Decine di migliaia di migranti, per la maggior parte etiopi, sono bloccati in Yemen senza possibilità di muoversi e molti di loro hanno rivelato di essere stati perseguitati, abusati e trasferiti con la forza lontano dai centri abitati per paura che potessero essere portatori di coronavirus. Èquanto ha reso noto, martedì 14 luglio, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM),specificando che circa 14.500 migranti africani risiedono attualmente nel Paese senza cibo adeguato, acqua o un riparo stabile.

Migliaia di lavoratori etiopi alla ricerca di possibilità di impiego nei Paesi sauditi attraversano ogni mese lo Yemen, ma, negli ultimi tempi, le restrizioni volte a frenare la diffusione del COVID-19 hanno bloccato gli arrivi. Tra quelli residenti sul suolo yemenita, molti sono stati portati in autobus o in camion verso città come Aden e Marib, da dove non possono più spostarsi. La maggior parte di loro, poi, vive per strada, allaperto o in edifici abbandonati e insicuri, situazioni che li rendono più esposti al contagio da coronavirus.

“Da quasi sei anni, lo Yemen è un posto estremamente pericoloso per i migranti”, ha dichiarato Christa Rottensteiner, capo missione dellIOM in Yemen, aggiungendo: Il COVID-19 ha peggiorato la situazione: i migranti vengono trattati come capri espiatori o portatori del virus e, di conseguenza, subiscono esclusione e violenza”.

I migranti etiopiviaggiano per centinaia di miglia dai loro villaggi di origine per raggiungere Paesi come il Gibuti o la Somalia. Da lì, attraverso il mare e arrivano in Yemen. In molti casi, sono in balia dei trafficanti che possono imprigionarli e torturarli, abbandonarli lungo il percorso o venderli come schiavi. Un migrante ha dichiarato di essere stato trattenuto e torturato dai trafficanti per quasi due mesi prima di raggiungere la capitale dello Yemen, Sanaa. “Siamo tutti stanchi. È difficile dormire sul marciapiede nella sporcizia e sotto la pioggia con le macchine che passano”, ha riferito allIOM un migrante etiope che è stato forzatamente trasferito nella città portuale di Aden. A volte, le persone ci prendono a calci o ci colpiscono con bastoni mentre dormiamo. Ho sbagliato a venire qui. Vogliamo tutti tornare a casa”, ha aggiunto luomo.

Le Nazioni Unite affermano che il virus si sta diffondendo in maniera incontrollata nel Paese mediorientale, dotato di sistemi sanitari precari e privo di capacità di test adeguate dopo anni di guerra civile. Le agenzie internazionali ritengono che il numero effettivo di casi sia probabilmente molto più alto rispetto a quello riportato nei rapporti ufficiali. Il governo yemenita, appoggiato dai sauditi, ha confermato ad oggi almeno 1.516 infezioni e 429 morti. Il gruppo sciita degli Houthi, che controlla la maggior parte dei grandi centri urbani, ha smesso di fornire dati sul coronavirus dal 16 maggio quando erano stati riportati solo 4 casi e un decesso. Uno dei primi casi di maggio è stato quello di un rifugiato somalo che, secondo l’IOM, avrebbe contribuito alla stigmatizzazione dei migranti come “trasmettitori di malattie”.

In Yemen, la guerra è scoppiata il 19 marzo 2015, data in cui i ribelli Houthi hanno lanciato un’offensiva per estendere il loro controllo nelle province meridionali del Paese. I gruppi che si contrappongono nel conflitto sono da un lato i ribelli sciiti, che controllano la capitale Sana’a, alleati con le forze fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh e sostenuti dall’Iran e dalle milizie di Hezbollah. Dall’altro lato, vi sono le forze fedeli al presidente yemenita, Rabbo Mansour Hadi, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale. L’Arabia Saudita è intervenuta nel conflitto per sostenere Hadi, il 26 marzo 2015, a capo di una coalizione formata anche da Emirati Arabi Uniti, Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Kuwait, Bahrain e Qatar e sostenuta, a sua volta, dagli Stati Uniti.

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Chiara Gentili

di Redazione

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